Christos Papadopoulos, il nuovo talento della danza greca allievo di Papaioannou

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La primavera greca della danza non annovera solo Dimitris Papaioannou, al quale abbiamo appena dedicato un ritratto. Da scoprire è il suo allievo Christos Papadopoulos, quarantatreenne talento in ascesa: lo abbiamo incontrato a Reggio Emilia, ospite del Festival Aperto con la sua ultima creazione in prima italiana, Ion. Composizione organica e pulsante nel suo rigoroso formalismo, è una produzione per 10 danzatori della Fondazione Onassis Stegi, l’unico supporto per le arti nella desolazione greca.

Christos, come ha scoperto la danza?

Un passo ha condotto all’altro. Non conoscevo la danza da bambino e adolescente, non ci avevo mai pensato. L’ho scoperta all’Università, quando ad Atene frequentavo Scienze politiche, attraverso lo studio del teatro. Ho iniziato a prendere lezioni e ho deciso che volevo dedicarmi alla danza professionalmente. Mi sono trasferito ad Amsterdam alla School for New Dance Development, che ho frequentato per quattro anni.

Cosa le ha insegnato la scuola olandese?

È stata illuminante: non hanno un modo specifico di insegnarti composizione e coreografia, ma, anche in modo estremo, ti spingono a trovare il tuo vocabolario. Impari ad essere concreto e fedele alla tua idea e a provare a fare qualcosa, liberamente, anche se non è proprio danza. Per me è stato di grande d’ispirazione riuscire a dar forma a un’idea artistica senza dare un nome al risultato.

Papadopoulos allievo di Papaioannou 

Come mai dopo il diploma è tornato in Grecia?

Sono tornato in Grecia perché ad Amsterdam l’ultimo anno era previsto uno stage, per viaggiare e fare ricerche. Io ho avuto un invito da Dimitris Papaioannou per essere nel team coreografico dei giochi olimpici di Atene 2014: è stata la mia tesi di laurea.

Ci racconta la sua esperienza con Papaioannou?

Ho lavorato per alcuni anni con la sua compagnia, in tre produzioni, e per me è stata una grande scuola. Ho imparato a lavorare con un grande gruppo, a stimolarlo, ad inspirare con la propria visione: con il duro lavoro e con la fiducia si può ottenere tutto. Tuttora io e Dimitris abbiamo un ottimo rapporto, siamo una famiglia artistica, lui viene alle mie prove, mi dà il suo feedback, è il mio mentore. È una persona che porto nel cuore.

Come ha formato la sua compagnia?

Non è una compagnia stabile, sono tutti free lance, perché con la crisi non abbiamo sovvenzioni e le risorse sono poche. I miei danzatori sono cari amici, con i quali ho lavorato in altri progetti, e soprattutto sono persone coraggiose. Quando nel 2015 ho iniziato a lavorare al mio primo lavoro, Elvedon, cui sarebbe seguito Opus, non avevo alcun supporto, da nessuno. Così ho chiesto agli amici che apprezzavo come performers se volevano danzare per me: non avevo denaro, ma avremmo potuto dividere l’incasso. Hanno risposto sì, nonostante le difficoltà: come affittare una sala per le prove e lavorare magari dalle 23 alle 3 del mattino. È stato un progetto ardito e da loro ho avuto un grandissimo regalo. Ecco, questi sono i miei danzatori… i miei amici!

La natura come ispirazione

Qual è l’idea di Ion?

“Ion” è la molecola della chimica, una parola che viene dal greco antico. Ho pensato a creare un sistema coreografico in cui ognuno dipenda dall’altro, grazie alla comunicazione tra i suoi membri, che insieme possono intraprendere una direzione. È il modo di muoversi degli stormi degli uccelli e dei branchi dei pesci. Guardiamo i loro bei disegni nel cielo e nel mare, ma quando iniziamo a studiarli realizziamo che sono strutture sociali molto complesse, che noi persone di intelletto non abbiamo. È molto toccante per me il movimento intelligente e influenza fortemente il mio lavoro.

Quindi la natura la ispira?

La natura mi è di grande ispirazione, forse anche perché mi sono trasferito ad Atene a 18 anni, ma vengo da un piccolo villaggio del Peloponneso: sono stato fortunato a crescere nei boschi, tra le montagne. Ammiro la complessità del mondo naturale, quell’universalità che è impossibile mettere in scena. Posso solo prenderne elementi affascinanti e creare con essi un’altra realtà scenica: ma rendere la natura è impossibile in uno spazio artificiale.

Qual è il suo concetto di composizione coreografica?

Sto cercando di trovare un modo di muoversi nello spazio che elimini le frizioni e la gravità, l’esistenza del suolo. La musica è una parte della drammaturgia: il movimento e il suono diventano la cornice del mondo che sto cercando di creare. Lavorando alla coreografia, elimino ed elimino, fino ad arrivare a un movimento piccolissimo, minimo. È molto limitante e a volte i miei danzatori possono avvertire restrizioni, sentirsi soffocati, ma se funziona capiscono che è solo una cornice nella quale trovare libertà e connettersi con il pubblico. Il loro lavoro è  sentire la forma e farne qualcosa di vitale, libero, organico.

La Grecia e le arti nella crisi

Come spiega la primavera greca della danza nella crisi?

Non sono sicuro di dire la cosa giusta, ma a volte la crisi porta qualche beneficio. Forza a rivalutare te stesso, capire cosa è importante e reggendoti da solo, senza aspettarti niente da nessuno, superare il contingente, durissimo, ed esprimere ciò che veramente vuoi. Forse è questo a originare l’attuale primavera di creatività in Grecia.

Non pensa mai a lasciare la Grecia?

Mi dicono tutti che se mi trasferissi sarebbe molto più facile. Ma d’altra parte mi piace moltissimo Atene: una città molto controversa, a volte dura. Specialmente nella zona malfamata dove vivo, che però rappresenta la realtà, al contrario del quartiere turistico e finto dove abitavo prima, dove avevo l’impressione di stare in una bolla. È un peccato che appena arrivi la crisi emigrino proprio le persone che possono offrire qualcosa…

 

positano
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