La Semiramide di Graham Vick: il crollo delle utopie

in L’Opera oltre l'Opera

È passato un mese da quando ho visto al Rossini Opera Festival l’ultima replica (20 agosto) della Semiramide di Rossini diretta da Michele Mariotti e messa in scena da Graham Vick. Lasciatemi dire subito che è la più avvincente Semiramide che ho visto al ROF.

La sua compattezza drammatico-musicale (nonostante l’ostentato monumentalismo), la sua intensità espressiva (nonostante l’esteriore virtuosismo vocale) e il suo finale atroce (nonostante l’apparente lieto fine) mi hanno sempre più convinto della “modernità” di questa opera che viene spesso letta “all’indietro”, come se fosse l’ultima opera seria del “Settecento”. Niente di più sbagliato!

La Semiramide di Dieter Kaegi

Aveva già incominciato a spingere in questa direzione la precedente versione registica di Dieter Kaegi (ROF 2003). Ricordo che ne pubblicai una lunga recensione sul Giornale della musica del gennaio 2004 cercando di difenderla tanto dai fischi dei melomani pesaresi quanto dall’indifferenza del pubblico di Torino (città nella quale l’opera venne ripresa al Teatro Regio).

Riporto uno stralcio di quella recensione perché la regia di Graham Vick ha realizzato compiutamente quello che era ancora solo una promessa nella regia di Kaegi. Da oggi la Semiramide “reazionaria”, da leggersi in chiave antiromantica, non esiste più.

Un monumento al Belcanto?

“Infatti, siamo proprio sicuri che la Semiramide sia solo il monumento extratemporale al Belcanto che abbiamo sempre creduto? La War Room / Tavola Rotonda / Tempio del Potere [che costituisce l’impianto scenico] di Kaegi suggerisce ben altro che la fuga nel Sublime e nell’Ideale. Seguendo il principio (teatralissimo) del massimo sfarzo col minimo sforzo, essa si metamorfosa a vista nei vari quadri che compongono l’opera alludendo alla presenza di un sistema globale, solo apparentemente pacificato ma percorso da inquietudini e conflitti, in cui si associa il mondo d’oggi a quello della santa alleanza

Basti pensare al finale: come interpretare uno happy ending così anticonsolatorio e forse anticatartico? L’opera si chiude con la Schadenfreude di Assur ormai ammanettato e con lo sgomento di Arsace al quale neppure il suicidio è concesso: il popolo e la ragion di Stato, con la benedizione dei sacerdoti, lo vogliono re”.

Il crollo delle utopie

Questo che scrivevo nel 2004 vale anche, e a maggior ragione, per l’allestimento del 2019. Il finale della Semiramide non ha nulla di idealizzante, semmai ci pone di fronte al crollo delle utopie.  L’enfasi posta da Mariotti sulle sinistre settime diminuite del lieto fine, cantate dal coro sulla parola “adori” (“Vegga, adori il novello suo re”), ne sono l’emblema sul versante musicale così come lo è, sul versante teatrale, la solitudine dell’indimenticabile Arsace non en travesti di Abrahamyan Varduhi.

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