Aida, Nabucco, Bohème: l’opera come progetto performativo da ampliare

in L’Opera oltre l'Opera

 

Capita sempre più spesso di assistere ad allestimenti operistici in cui i registi inseriscono materiali musicali e sonori totalmente estranei alla partitura che si sta cercando di riattualizzare sussumendola in un progetto performativo più ampio (teatrale e musicale).

A questo pensavo alcuni giorni fa mentre assistevo a Ravenna alla prova generale di Aida (regia di Cristina Mazzavillani Muti, direttore d’orchestra Nicola Paszkowski). Mi ha molto colpito infatti, prima dell’ultimo quadro, l’inopinato intervento di una sorta di prèfica mediorientale che a sipario chiuso (durante il cambio di scena) ha intonato un lamentazione funebre di grande impatto (diciamo così) interculturale.

Riattualizzare Aida o Nabucco

Ho poi letto sul sito del teatro che si trattava del soprano turco Simge Büyükedes la quale aveva intonato le parole del poema Makber (La tomba) di Abdülhak Hâmid Tarhan, dunque anticipando in funzione prolettica la situazione della scena successiva – quella che incomincia con la chiusura della “fatal pietra”.

Di un simile “entr’acte” avevo fatto esperienza da poco a Parma, vedendo il Nabucco di Ricci/Forte, i quali hanno interpolato una pantomima bellissima prima dell’ultimo atto dell’opera di Verdi, accompagnandola con un sound effect realizzato dal vivo e di rara efficacia drammaturgica (ne ho parlato con i due registi in un recente “caffè con l’artista”).

Questi “sguardi dal di fuori”, che il pubblico talora rifiuta come irriverenti provocazioni, sono un modo per stimolare nuovi approcci interpretativi a opere che troppo spesso appaiono come mummificate. Quando l’elemento straniante/provocatorio viene percepito (o è) fine a se stesso l’operazione di rilettura rischia il fallimento. Però il rifiuto può essere anche solo un primo atteggiamento in un certo senso “difensivo”.

La bohème di Stefan Hereim

Ricordo un corso sulla Bohème di qualche anno fa in cui avevo affiancato all’opera di Puccini altri materiali tratti dalla stessa fonte letteraria (Scènes d’une vie de bohème di Murger): il film di Kaurismaki, il musical Rent, ecc. L’opera di Puccini era presentata (tramite video) in diversi allestimenti, sia “tradizionali” (Zeffirelli) sia a mo’ di Regietheater.

All’inizio gli studenti erano rimasti negativamente impressionati dall’allestimento del regista Stefan Hereim che iniziava con una lunga scena senza musica in cui si vedeva Mimì morente in un letto d’ospedale di un reparto oncologico per malati terminali. Il tutto accompagnato dal bip bip del monitor cardiaco che ad un certo punto, insieme al tracciato dell’elettrocardiogramma, indicava chiaramente la morte della degente.

Tutto l’allestimento raccontava la Bohème in una sorta di flash-back e in una prospettiva di “elaborazione del lutto”. Orbene, sorpresa, dopo alcune lezioni gli studenti si appassionarono alla rilettura di Hereim e soprattutto all’opera di Puccini che apparve loro sotto una luce del tutto diversa. Non è questa un’esperienza da cui trarre preziosi suggerimenti anche al di là dell’ambito didattico?

Immagine di copertina: Aida a Ravenna

 

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