Ha senso fare l’opera in forma di concerto? Dipende dai titoli

in Controcanto

 

Recentemente mi è toccato un “Parsifal” di Gergiev (notevole) alla Philharmonie di Parigi, dunque in forma di concerto. Si ripropone quindi l’annosa domanda: come considerare il teatro musicale senza teatro? Dare ragione ai vecchi tromboni modello “l’importante è la musica” tuttora ferocemente pontificanti, specie negli italici foyer, o agli integralisti per i quali l’opera è nata per il palcoscenico e se la si fa senza è una cura palliativa?

Una scappatoia per il belcanto?

Ora, diciamolo, sulla questione “Parsifal” non fa esattamente testo. L’azione propriamente detta è ridotta al minimo, per lo più ritualizzata (una messa cantata, volendo essere irriverenti sia verso Wagner che verso la messa), il ritmo narrativo volutamente dilatatissimo, il “messaggio” ambiguo, démodé, forse anche politicamente scorretto, perfino pericoloso.

Capita però che siano proposti così anche titoli di teatralità prorompente o dinamitarda. Ma fare Verdi in concerto significa farlo nero. Oppure succede che si eseguano “in concerto” opere che mettono in difficoltà i registi. Per esempio, di questi tempi in Germania, quel repertorio che i locali credono essere “belcanto”, insomma Donizetti o Bellini (il belcanto propriamente detto, che è un’estetica oltre che una tecnica, muore con Rossini), e giù Lucrezie Borgia e Straniere in abito lungo e frac, così non c’è da risolvere il problema di cabalette andata-e-ritorno o di lunghe cadenze coccodè.

L’opera in forma di concerto

L’opera in concerto ha invece un senso, almeno pratico, quando si tratta di ripescare titoli defunti, di scarso appeal al botteghino, con repliche di conseguenza scarse e magari pure di lunghezza intimidente. Capitò così, per esempio, con le prime riesumazioni barocche, o con i grand opéra più massicci prima del loro attuale revival scenico (quasi mai con il balletto, però, che poi nel loro caso non è balletto ma proprio sostanza spettacolare e sì, anche drammaturgica).

Oppure con certo Novecento trascuratissimo, quasi sempre a torto. E allora? Allora il direttore artistico ben temprato e temperato deve usare uno strumento raro ma quasi sempre risolutore, concesso e non dato che ne disponga: il buonsenso. La “Burgunda de’ Genoveffi” di Pinco de’ Pallinis, fortunosamente ritrovata mentre si svuotava un solaio, una botta e via, in concerto può pure starci. “Rigoletto”, anche no.

Immagine di copertina Ph. Getty Images

 

vicenza in lirica
Vicenza in lirica: la superchicca è “La diavolessa” di Galuppi
“Pêcheurs de perles” a Torino: a proposito di misere regie e libretti insensati

Potrebbe interessarti anche

Menu