Dieci minuti di standing ovation per l’Alcina di Cecilia Bartoli

in Controcanto

Non capita sempre, e nemmeno spesso, che gli spettacoli più spasmodicamente attesi mantengano le promesse. I dieci minuti di standing ovation con battimani ritmati, urla e tifo da stadio che hanno accolto “Alcina” di Händel al Festival di Pentecoste a Salisburgo sono quindi più l’eccezione che la regola.

Poi ci sarà tempo e modo di parlare di questo spettacolo, appunto, eccezionale. E magari anche di fare un po’ di sovranismo identitario dell’unico genere che ci piace, quello della bellezza, considerando che il trionfone è tutto made in Italy, dal direttore Gianluca Capuano al regista Damiano Michieletto e alla sua squadra che vince e non si cambia, quindi in particolare allo scenografo Paolo Fantin, passando ovviamente per la protagonista-direttrice artistica-demiurga-papessa Cecilia Bartoli, questa Regina Mida che trasforma in oro tutto quel che tocca.

Però, vedete, l’emozione che ieri sera ha preso molti di noi, e che ancora ci impedisce di uscire da uno stato di incantamento un po’ stupito o forse stupido, deriva dal fatto che questo spettacolo ci ha svelato “Alcina” e, con lei, noi stessi.

Mai come questa volta è apparsa evidente l’anima crepuscolare e mortifera del capolavoro, il cui vero soggetto è la fine delle illusioni, degli inganni e degli autoinganni, quando ti trovi solo davanti a uno specchio e ti vedi per quello che sei, senza trucchi e senza indulgenze.

E allora quando Ruggiero spezza lo specchio magico di Alcina e la scena si riempie dei frammenti luccicanti di vetro e la Bartoli spogliandosi di vestiti e parrucca intona la sua ultima aria, spostata alla fine (arbitrio? Sì. Ci indignamo? No, siamo troppi impegnati a piangere), allora, ecco, Ariosto e Händel, il teatro e l’opera smettono di essere qualcosa di astratto e consolatorio e diventano un pezzo di noi, dove ci vediamo senza filtri, nella luce spietata della Verità. Uno specchio, appunto, e non magico. Com’è sempre il grande teatro quando dei grandi artisti ci fanno capire che davanti ci siamo noi.

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