Affaire Scala: il “forfait solidale” di Cecilia Bartoli e la disfatta della politica

in Controcanto

Il forfait solidale ancora non si era visto. Sempre all’avanguardia, lo inventa adesso Cecilia Bartoli dimettendosi da Cleopatra del “Giulio Cesare” di Händel per solidarietà con Alexander Pereira, nel frattempo dimesso de facto per mancata riconferma da sovrintendente e direttore artistico della Scala, al termine di un confuso processo decisionale che ha dimostrato la sostanziale incapacità della politica e anche della cosiddetta società civile rappresentata nel CdA della Fondazione di fare scelte chiare, o almeno sensate, in materia di politica culturale.

Intanto Santa Cecilia annulla le sue partecipazioni alla Triennale händeliana del Teatro (dopo il “Cesare” di quest’autunno erano previsti “Semele” nel 19-20 e “Ariodante” nel 20-21), e facendo anche polemica perché la Scala ha continuato per due giorni a vendere biglietti per la Bartoli dopo che lei già aveva annullato. Fioriscono le dietrologie: Bartoli non ama il nuovo sovrintendente, il francese Dominique Meyer, o lui non ama lei; no, è che aveva paura della minoranza rumorosa del loggione della Scala, che già minacciava spedizioni punitive, e ha colto al volo la prima occasione per tagliare la corda; macché, è tutto un gioco delle parti fra il gatto Alex e la volpe Cecilia, che di progetti insieme ne realizzeranno ancora, ma non a Milano. Chissà.

La verità, tutta la verità su questo affare, anzi “affaire” in omaggio a Meyer, non la sapremo mai. Di certo ne escono sconfitti tutti: Pereira, Bartoli, la Scala e anche il suo pubblico. Peccato, però. Perché in tutto questo scambio di accuse e recriminazioni nessuno ha ricordato che la Cleopatra di Bartoli è uno dei grandi personaggi del panorama operistico di oggi. Che come molti, troppi, alla Scala non passerà.

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