La IUC di Roma riprende Hyperion in omaggio a Bruno Maderna

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Marcello Panni ha compiuto 80 anni. 100 anni sono passati dalla nascita di Bruno Maderna. 40 dall’esecuzione romana di Hyperion, con Panni sul podio e la voce recitante di Carmelo Bene. Coincidenze astrali migliori non potevano esserci per l’Istituzione Universitaria dei Concerti per organizzare un concerto “filologico”, cioè la ripresa di quella storica esecuzione: con la voce di Carmelo Bene registrata, Gianni Trovalusci (flauti), Christian Schmitt (oboi), l’Ensemble Ars Ludi, il coro da camera Ready-Made Ensemble, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese.

«Lirica in forma di spettacolo», nata dalla collaborazione con il regista Virginio Puecher, Hyperion si presentò nella sua prima veste come un ciclo mobile di pezzi vocali, orchestrali, elettronici, basati su frammenti del romanzo di Friedrich Hölderlin, Hyperion, oder der Heremit in Griechenland (Iperione, o l’eremita in Grecia), l’unico romanzo scritto dal poeta tedesco, e pubblicato in diverse stesure, quindi a suo modo anch’esso un “work in progress”.

Nelle lettere che compongono questo romanzo epistolare, Iperione racconta all’amico Bellarmino i propri ideali, la guerra combattuta in Grecia, l’amore per Diotima, il suo ritorno in Germania, il sentimento panteistico della natura: è una specie di biografia interiore, con un andamento circolare dove si fondono, con un cambio continuo di prospettive, tempi e luoghi diversi. È anche una tragedia della incomunicabilità, dello straniamento nel mondo, un manifesto del mito romantico che oppone l’individuo, generoso ed eroico, alla società. Ed è proprio questo il nocciolo concettuale sul quale si concentra l’opera di Maderna, la condizione alienata dell’uomo contemporaneo, raccontata attraverso figure allegoriche come quella del poeta (affidata al flauto solista), della donna (soprano, cui è affidata una grande Aria che rappresenta il cuore di tutta l’opera), della società ostile (rappresentata da una macchina).

Per la prima rappresentazione di Hyperion, che avvenne alla Fenice di Venezia il 6 ottobre 1964, Maderna non aveva composto nulla di nuovo, ma semplicemente montato insieme pezzi già scritti (Dimensioni II e III, Stele per Diotima, Aria, Le rire, Dimensioni IV). Negli anni successivi Maderna rimaneggiò in continuazione quest’opera, come un luogo aperto della fantasia, innestandovi altri pezzi, vocali, strumentali, orchestrali, corali: nel maggio del 1968 l’opera fu riproposta a Bruxelles con il titolo Hyperion en het Geweld (Hyperion e la violenza), con una vicenda focalizzata sulla guerra del Vietnam; nel luglio dello stesso fu messa in scena al Comunale di Bologna, come parte iniziale di uno spettacolo che comprendeva anche l’opera di Domenico Belli Orfeo dolente.

Dalle musiche assemblate in questi tre allestimenti scenici, Maderna ricavò in seguito anche alcune suite da concerto con voce recitante, aggiungendo altre pagine nuove. La prima di queste, diretta a Berlino dallo stesso compositore il 3 maggio 1969, comprendeva anche due grandi episodi corali che non esistevano nelle versioni precedenti. Nel 1978, durante una sua visita a Darmstadt, Marcello Panni ebbe dalla vedova di Maderna una registrazione di questa suite e il suo “piano esecutivo”, che gli permetteva di ricostruire i pezzi che la componevano.

Così poté eseguirla per la prima volta in Italia, a Torino, il 9 novembre 1979 (con il soprano Slavska Taskova, il flautista Severino Gazzelloni, l’oboista Pietro Borgonovo, e Federico Sanguineti come voce recitante), ottenendo un grande successo che convinse Francesco Siciliani, all’epoca consulente artisto dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma, a riprendere quella versione da concerto di Hyperion affidandone la parte recitata a un attore di fama. La scelta cadde su Carmelo Bene, che alla Scala nel 1978 aveva messo in scena il Manfred di Byron con le musiche di Robert Schumann.

E di Hyperion, Carmelo Bene approntò una versione del tutto originale, diversa sia da quella berlinese del 1969, sia da quella torinese del 1979, ispirata all’idea di una sorta di teatro della voce: mutò la disposizione di alcune parti del romanzo, aggiunse anche molti frammenti nuovi di Hölderlin, tratti non solo dal romanzo, ma anche dalle sue liriche, curò tutte le traduzioni dal tedesco. Cercò in questo modo di dare una struttura narrativa alla vicenda, di delineare meglio le situazioni drammatiche, raccontate anche attraverso l’uso di flashback, inserendo anche delle circostanze biografiche legate all’infanzia di Iperione, introducendo diversi dialoghi, facendo “entrare in scena” oltre ad Iperione, altri personaggi come il padre di Iperione, il suo maestro spirituale Adamas, l’amico Alabanda e l’amata Diotima.

Con una diversa disposizione della parti musicali, e qualche aggiunta, la nuova versione di Hyperion era pronta: Panni la diresse a Roma il 23 novembre 1980, sul podio dell’Orchestra di Santa Cecilia (solisti il soprano Annette Maryweather, il flautista Angelo Persichilli, l’oboista Augusto Loppi), e a Milano nell’ottobre del 1981 con l’Orchestra della Rai (e con gli stessi solisti).

Nell’esecuzione alla IUC l’Aria per soprano (presente nelle edizioni di Torino, Roma e Milano, ma non in quella di Berlino) non è stata eseguita. Hyperion si apriva dunque con Introduzione e Messaggio per flauto e orchestra, dove Carmelo Bene aveva innestato nuove lettere del romanzo intrecciate con poesie di Hölderlin, facendo interagire Iperione con suo padre e con Adamas.

Questi frammenti venivano recitati alternandosi e sovrapponendosi alle parti musicali (ricavate da diverse sezioni di Dimensioni III), dove si alternano parti solistiche del flauto, episodi per orchestra e episodi per flauto e orchestra. Una linea dell’oboe musette (la taglia più acuta dell’oboe) introduceva il Solo, una sezione piuttosto breve dove le frasi di Iperione e di Alabanda si alternavano con frammenti tratti da Solo per oboe e da Entropia II per orchestra.

Nella terza parte, Psalm, la risposta drammatica di Alabanda («Quando guardo un bambino: quanto sia di vergogna e rovina il suo giogo a venire») e l’invocazione di Iperione a Diotima (dalla poesia L’Addio) sfociavano in un pezzo per coro misto intitolato Psalm (1968), su testo inglese di Auden (da The Orators) e su testo spagnolo di Garcia Lorca (Y Despuès). Nella quarta parte, Klage, quasi interamente recitata, Iperione invocava la Grecia che «ha il colore del mio cuore», punteggiato dall’oboe che sembrava la voce dell’amata, quando sogna «Diotima celeste».

La sua evocazione della guerra sembra materializzarsi nella quinta parte, Battaglia, inserita ex novo rispetto alla Suite di Berlino, e caratterizzata e da un vero e proprio “scontro” tra l’orchestra “live” e l’orchestra registrata, con episodi incalzanti, densi, violenti, ricavati da Entropia III. Dopo il combattimento, e il drammatico dialogo tra Iperione e Diotima, la desolazione: la sesta parte, Schiksalslied, era un’ampia pagina per coro misto e ensemble, basata sullo stesso Canto del Destino messo in musica da Brahms. Era la rivendicazione del travaglio dell’uomo in antitesi alla pigra beatitudine degli dei (come «neonati che dormono»), resa con una scrittura corale molto espressiva e ricca di contrasti.

La parte finale, Aria II, era una trascrizione per flauto in sol della parte originariamente scritta per soprano e orchestra, pagina intrisa di lirismo che si sovrapponeva all’ultimo straziante monologo di Iperione («Diotima! Se una finestra sua era deserta a me per via…»), all’Elegia dal Lamento di Menone per Diotima («Ma noi come due cigni innamorati»), all’ultima risposta di Diotima («Con i miei… con i tuoi che l’umano smarrito sconosce»).

 

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