Professione direttore artistico: Joel Ethan Fried alla Royal Concertgebouw Orchestra

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Dal 1999 Joel Ethan Fried è direttore artistico della Royal Concertgebouw Orchestra. Sotto la sua guida la celebre orchestra olandese ha espanso notevolmente la propria offerta, sia in termini di format e che di repertori, con una forte apertura al Novecento e alla musica contemporanea anche grazie alle collaborazioni con i direttori musicali Riccardo Chailly, Mariss Jansons e Daniele Gatti. Lo incontriamo nel suo ufficio poche ore prima della quinta Opening Night organizzata dalla RCO nella splendida Groote Zaal.

Come si diventa un direttore artistico?

Con duro lavoro e un colpo di fortuna (ride). Io ho cominciato come pianista e direttore, quando ad un certo punto mi sono reso conto che sarei potuto arrivare solo fino ad un livello medio, mentre come direttore hai l’esigenza di dirigere orchestre sempre migliori. Non è solo un discorso di ego: l’orchestra è come uno strumento, migliore l’orchestra, migliore la musica. Così decisi di muovermi sull’ambito organizzativo, ho lavorato duro e ho avuto un colpo di fortuna. Un giorno mi sono candidato per una posizione qui, e mi hanno preso. Da allora continuo a lavorare duro e sono ancora molto fortunato!

Quali sono le sfide di una delle migliori orchestre del mondo?

Le stesse di ogni orchestra in ogni teatro: tenere il proprio pubblico più fedele (molti dei quali abbonati) e al contempo continuare ad attirarne di nuovo. Non necessariamente Under 40, ma persone di ogni età che non sono mai state ad un concerto, oppure che vanno raramente e potrebbero venire più spesso.

Come fate?

In moltissimi modi! A volte suoniamo in spazi alternativi, sperimentando sulla spazializzazione e commissionando video e proiezioni, che usiamo spesso. Il sabato sera alle 21.00, poi, abbiamo una serie chiamata Essentials: un’ora di concerto, niente intervallo, un grande capolavoro sinfonico e un’introduzione dinamica con un conduttore radiofonico. Tra i concerti regolari abbiamo serie il giovedì e il venerdì quasi esclusivamente dedicata alla musica di XX e XXI secolo, spesso con taglio interdisciplinare, tematiche anche extra musicali e partner quali il Van Gogh Museum, il Rijksmuseum e così via. Per il giovedì collaboriamo con Entree, un servizio per giovani che al prezzo di una piccola quota annuale offre una serie di sconti. Tra cui anche noi e il Concertgebouw, con gli Entree Late Night, una sorta di discoteca classica in cui tra i diversi foyer puoi ascoltare un quarto d’ora di musica contemporanea collegata con il concerto in questione. Ma organizziamo anche un RCO Club Night e molti altri progetti. Insomma facciamo tutto il possibile per far crollare le barriere che ci sono con chi non è cresciuto con la musica classica.

Questo non rischia però di allontanare il pubblico, quando infine si trova ad un tradizionale concerto sinfonico, senza gli stimoli cui sono abituati?

Devi imparare a camminare, prima di imparare a correre. Ci sono persone convinte che la musica classica sia difficile, che serva essere degli esperti prima di poter andare ad un concerto, che ci si debba vestire eleganti e che il pubblico sia snob: ogni cosa che riesci a fare per eliminare questi preconcetti e portare il pubblico in sala è un primo passo. Ovviamente non devi saltare da un Essential ad un programma con un’ora e mezza di Mahler: infatti abbiamo diversi programmi raccomandati e diversi format. Finché continuiamo a suonare il miglior repertorio sinfonico, questo fa parte della nostra mission.

Con la Opening Night cominciano i concerti della RCO: come si costruisce una stagione dell’orchestra?

La mia convinzione è che si debba offrire al pubblico un programma equilibrato, ma la singola stagione spesso non è perfettamente bilanciata, in quanto non solo dobbiamo negoziare tutto, ma dobbiamo anche presentare molti programmi in tournée e qualche volta devi concentrarti su un determinato repertorio o autore. Come quando abbiamo programmato tutte le Sinfonie di Mahler in una stagione: quella stagione sarà ovviamente poco bilanciata. Ma nel corso di tre anni bisogna dare al pubblico la possibilità di ascoltare un ampio ventaglio di repertorio, da Beethoven a Čajkovskij, da Brahms ai compositori viventi, da Bach al Novecento francese.

Centrale è anche la figura del direttore musicale. Come avviene la scelta?

Con grandi discussioni e molta cautela! Un direttore musicale deve saper lavorare duramente con l’orchestra, perché i direttori ospiti spesso non vogliono sporcarsi troppo le mani (vogliono comunque essere richiamati!). Inoltre deve saper affrontare repertori anche molto diversi e dev’essere in grado di portare l’orchestra in tournée con successo. Questi sono i criteri più importanti. Poi, se dovessimo dare un profilo, la mia assistente qualche anno fa disse «Vogliamo un direttore che sia vecchio e maturo, ma giovane e sexy, una figura paterna e al contempo una donna»!

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Immagine di copertina: Royal Concertgebouw 

 

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