Daniele Rustioni: «Il successo dipende dalla squadra»

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Un percorso accademico impeccabile costruito a Milano; poi un’esperienza a Londra per conoscere le grandi orchestre e i migliori solisti. Oggi, a 34 anni, Daniele Rustioni è Direttore Musicale dell’Opera di Lione. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si è sviluppata la relazione con il secondo teatro della Francia e quali sono i progetti per il futuro.

Daniele Rustioni e Lione

Come si è costruita la relazione tra Daniele Rustioni e l’Opéra di Lione?

Io ho debuttato all’Opéra nel 2014 con una nuova produzione di Simon Boccanegra, un’opera dove inevitabilmente le capacità di un direttore vengono fuori. Dopo il Simone abbiamo provato a mettere in scena una nuova produzione de La Juive, grand opéra in cinque atti di Halévy, e posso dire che è stata la chiave di volta. A Lione avevo già visto alcune produzioni e avevo intuito l’estetica dell’Intendant Serge Dorny, una persona di grande spessore e cultura che sta portando avanti una politica illuminata, aperta alle novità e attenta al coinvolgimento consapevole del pubblico.

Sono rimasto subito molto colpito dal livello dell’Orchestra; non dimentichiamo che sono il successore di Kazushi Ono che in dieci anni ha lasciato un’impronta significativa, portando avanti un lavoro molto interessante sul suono e sulla precisione.

Quali sono i suoi modelli?

Io ho come modelli Gianandrea Noseda e Antonio Pappano. Pappano è il primo a entrare in teatro e l’ultimo a uscire, è uno che fa il lavoro a 360 gradi come direttore musicale. Loro mi hanno detto: «Se sei un direttore di successo arriveranno delle offerte di lavoro, dei posto “fissi”, ma il successo non dipenderà mai interamente solo e soltanto dal tuo talento e dalle tue capacità come direttore, il successo dipende dalla squadra che si crea».

Le risorse per la vita musicale

Immagino che le risorse per il comparto musica a Lione siano maggiori rispetto a una città italiana…

Proprio così! La città investe molto sul teatro, mi dispiace dirlo ma rispetto all’Italia non c’è paragone per quanto concerne i fondi riservati alla cultura. E dopo l’esperienza barese lo dico a ragion veduta. Adesso mi sembra di essere in paradiso. In ogni caso in Italia, per quanto riguarda il repertorio operistico, il livello rimane alto; e poi sono comunque legato a diverse istituzioni: da giovinastro mi sono ritrovato in tutte le maggiori realtà, dal Regio di Torino alla Fenice di Venezia. Per non dire della Scala dove, a prescindere dal fatto che sono milanese, ho fatto parte del coro di voci bianche per 8 anni, sono stato loggionista e ho studiato all’Accademia del Teatro.

Il prossimo 27 ottobre uscirà il CD registrato insieme a sua moglie, Francesca Dego, per Deutsche Grammophon; cosa ci può dire di questo progetto?

Per me si tratta del debutto con Deutsche Grammophon, per Francesca è il quinto disco. Con Francesca abbiamo recuperato il Concerto per violino di Wolf-Ferrari, un gioiello che abbiamo lavorato anche con Tony Pappano che ha trattato Francesca come se fosse una cantante perché la linea del violino ha una melodia quasi operistica. Poi il Primo di Paganini. Il tutto con un’orchestra che amo molto e che ho già diretto 3 volte: la City of Birmingham Symphony Orchestra. Mi piace dirigere le orchestre inglesi: dopo 15 anni di studio a Milano in conservatorio volevo fare un’esperienza internazionale e ho optato per Londra; ancora oggi non mi sono pentito di quella scelta. Lì ho visto i migliori direttori, le migliori orchestre, i migliori solisti. Un’esperienza che mi ha cambiato.

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