Vadim Repin: suonare in vetta

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I luoghi del cuore come Verbier e Novosibirsk; le amicizie, i vecchi e nuovi amori musicali e personali. Vadim Repin si racconta

Vadim Repin

Il violinista siberiano Vadim Repin

Il miglior festival d’Europa. O addirittura del mondo intero. L’attaccamento viscerale del grande violinista siberiano Vadim Repin all’incantevole Verbier e alle strepitose vette alpine nella cittadina svizzera del Vallese sulle alture della Val de Bagnes, si misura su queste poche, indiscutibili parole. Che si traducono in una certezza assoluta, non appena qualcuno fa un riferimento a questa manifestazione.

Ancorato a una convinzione che si manifesta anche nei piccoli dettagli; come quando dopo il rituale concerto gremito di pubblico lo si ritrova felice e rilassato con jeans e camicetta estiva, pronto ad una rigenerante camminata nel bosco che lo liberi dalla tensione sulla scena.

«Il fatto è che qui mi sento sempre perfettamente in vacanza» dice, quasi sollevato. Per anni è venuto quassù con la famiglia; ancora adesso magari lo si scorge in compagnia della seconda-moglie Svetlana Zakharova, stella luminosa del Bol’šoj.

Sarà forse che gli sembra di respirare l’aria di casa, il freddo siberiano di Novosibirsk (la sua città natale) da dove ha spiccato il volo trionfando al Concorso Regina Elisabetta del Belgio.
«In realtà è un posto che mi piace, perché si respira un’atmosfera unica. Con un paesaggio semplicemente fantastico, le persone gioviali e aperte; ma soprattutto un’impressionante concentrazione di grandi musicisti per metro quadrato».

Musica e altro?

«Principalmente musica, in fondo a Verbier nei giorni del festival si viene soprattutto per far questo» continua. «Ma poi c’è anche il relax, quel sentirsi lontano dai ritmi snervanti e implacabili dei tour e delle esibizioni sotto i riflettori. Magari con gli amici (in primo luogo il mio compagno di strada e collega Maxim Vengerov, nato nella mia stessa città) insieme ai quali ci si diverte».

Saranno magari le vette alpine a dargli l’ispirazione poetica tra le corde?

«Non esageriamo. Le nuove idee mi nascono dagli incontri con le persone, dalle collaborazioni con i musicisti giusti, come è capitato 6 anni fa per un concerto indetto a Verbier per i miei 40 anni. È stato un concerto memorabile, tra amici come Misha Maisky e Julian Rachlin (su un programma molto impegnativo) chiuso da un party formidabile. Perchè vede, io mi sento come un cane o un gatto: che si affeziona alle persone e sta bene ovunque, al di là del contesto puramente geografico e dello sfondo paesaggistico».

E allora con il suo Festival di Novosibirsk, così attaccato all’essenza dei suoi luoghi natali come la mettiamo?

«Lì sto cercando di fare una cosa ancora diversa. Togliere il clichè, lo stereotipo della Siberia con il ghiaccio, il freddo glaciale e gli orsi per dare un valore legato alla cultura. Potenzialmente, l’idea che sto facendo crescere a Novosibirsk è interessante.

Come Verbier fa leva sull’atmosfera friendly, del ritrovo fra amici-musicisti di grande bravura, ma ha anche un forte significato politico che di questi tempi è indicativo: fare dell’area transiberiana che va dal Giappone a Mosca un enorme ponte culturale che connette est e ovest. Al momento con i miei collaboratori pensiamo a programmi da esportazione, che possano far conoscere il festival anche altrove».

Magari con Verbier?

«Chissà, in fondo entrambe le manifestazioni sono piuttosto giovani. Sta di fatto che per me è un progetto importante, globale: devo farlo molto bene e per questo ci investo tante energie. In comune tra noi e loro c’è la volontà di far leva sulle ultime generazioni: abbiamo avuto migliaia di ragazzi ospiti delle nostre masterclasses e alla fine per il migliore, il premio finale era di fare un concerto delle grande sala assieme ai big. E’ importante puntare sulle generazioni che verranno. E poi ci muoviamo con grande energia verso il rinnovamento del repertorio. Tra le prossime commissioni nutro molta attesa per un pezzo che Sofia Gubaidulina ha scritto per me».

Il discorso plana sulla registrazione del Concerto per violino e orchestra di Beethoven proposta da Amadeus.

«Non ricordo molto di quella performance (mi sono esibito troppe volte a Verbier); ma quella sera ero piuttosto agitato, nervoso, perché in sala c’erano seduti grandi nomi. Alla fine è andato tutto bene, grazie anche all’orchestra e al direttore Kurt Masur. L’op.61 di Beethoven è un capolavoro che si finisce per rifare tante volte, almeno una all’anno. Però, man mano che passa il tempo ed entri nei dettagli, la partitura ti lascia più domande che risposte. Più ti inoltri nei meandri di questa musica, più la trovi complicata. Comunque era un po’ che non lo eseguivo e anni prima l’avevo già inciso con Riccardo Muti».

Nel cd c’è una testimonianza del suo virtuosismo, con le Variazioni sull’aria «Nel cor più non mi sento» di Paisiello.

«Un brano a cui sono molto affezionato, anche se a me sembra il tipico pezzo da bis che esplora a fondo la scrittura violinistica. Paganini è sempre un bel misto tra rivoluzione ed evoluzione. Mi ricorda quando, tempo fa l’ho inserito in un Malibran Project a Parigi, nel quale si sono esibiti anche il pianista Lang Lang e la cantante Cecilia Bartoli, sul medesimo tema paisiellano».

Altre riflessioni vengono dal senso di appartenenza a questo momento magico della carriera che raccoglie i primi decenni della formazione e della crescita, aprendosi alle evoluzioni della maturità.

«Sì, sono anni belli questiOgni giorno con Svetlana è una nuova riscoperta. Lei ovviamente è sempre catturata dalla sua professione, ma con noi vive anche mia figlia Anja che è quasi più presa di me fra studio di canto, balletto, pittura. Ho poi un altro figlio più grande, Leonardo (avuto dal primo matrimonio) che adesso vive in Italia».

Restano le ore di studio e gli impegni nel mondo.

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Nella voglia di esplorare sempre nuovi orizzonti, si bilancia la riscoperta di pezzi contemporanei e il ritorno ai classici.

«Negli ultimi due anni ho deciso di fare nuovamente alcune cose: ad esempio ho ripreso il Primo concerto di Prokof’ev, che per lungo tempo avevo accantonato. Ed è nata con questa musica un’intesa quasi speciale. Diciamo che l’ho rivalutato, è un pezzo splendido.

Poi ciclicamente tornano i vecchi amori: come i Concerti di Brahms che ho fatto ancora quest’anno, del romantico Čajkovskij, ma anche di Šostakovič. Di volta in volta nascono anche nuove proposte, con visioni angolarmente diverse.

Per non parlare dell’avanguardia. Sono tanto fortunato da poter chiedere pezzi a grandi compositori di oggi e le commissioni si sono sempre trasformate in un successo; come nel caso dello scozzese James MacMillan, della russa Lena Auerbach, del tagiko Benjamin Yusupov e anche della Gubaidulina. La sensazione è di essere quasi un privilegiato. Ogni pezzo diventa qualcosa di molto speciale per me, una sorta di rivelazione sulla quale mi piace anche mettermi a meditare».

Dirige anche, come fa il suo grande amico e collega Maxim Vengerov?

«Diciamo che capita, quando si tratta di fare un repertorio per violino e orchestra; anche perché di fatto conosco perfettamente a memoria ogni nota della partitura. Ma intendiamoci, ho troppo rispetto per le singolare professioni del direttore e del solista per mettermi ad improvvisare. La direzione è una cosa seria che richiede tempo e dedizione, non si può prendere alla leggera. Meglio fare sempre le cose per bene».

Tentazioni e rotte fuori repertorio, che sconfinano al di là dei generi?

«È un po’ lo stesso discorso. Io adoro il jazz, mi piace soprattutto ascoltarlo. Però qualche volta mi tenta e mi metto a suonarlo con gli amici, senza lavorare con musicisti di professione».

Sono scritture che hanno una logica diversa.

«Certo, soprattutto quella. Il jazz è una musica molto estemporanea, ti lascia molta libertà perché le regole sono estremamente flessibili; mentre nella classica la partitura è un riferimento essenziale. Però, non dimentichiamo, la gioia del far musica è aprirsi a tutto quello che ci sta intorno e continuare ad esplorare mondi diversi».

di Luigi Di Fronzo

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