Orchestra Verdi, una scommessa vinta

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Compie 25 anni l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. E li festeggia nel segno di Cajkovskij, russo come il fondatore Vladimir Delman. Dopo di lui altri direttori importanti, un auditorum, un pubblico nuovo. Difficoltà, sì, ma idee e slanci

Cera una volta un sogno da realizzare e un maestro russo: Delman, “Victor il trascinatore”, se lo ricorda bene chi lo ha conosciuto, aveva “la passione per la musica eseguita dai giovani”. Il filo rosso da lui steso negli anni Novanta indica ancora la strada a un’intera comunità musicale, diventata grande: l’Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi . Che in questi giorni festeggia i suoi primi 25 anni di vita con una serie di eventi all’Auditorium di largo Mahler – la sua casa – e non solo.

Scelta simbolica per il programma: il ciclo delle “Magnifiche sei” di Čajkovskij, fonte di ispirazione che l’attuale direttore musicale Claus Peter Flor ripropone proprio per le celebrazioni (13, 15 e 18 novembre).

Date da non dimenticare

Il primo concerto fu il 13 novembre 1993. Per la bacchetta di San Pietroburgo, il fondatore, un obiettivo centrato: riunire i ragazzi dei Conservatori di Mosca, Pittsburgh e Milano nel nome dell’“integrale sinfonica” dell’autore russo. La sfida era pure dimostrare che la musica unisce il mondo; il disgelo Usa-Urss non era realizzato appieno. Da qui poi la volontà di creare l’Orchestra Verdi. Già, proprio così: un’avventura da pagine di storia, tutta da inventare. Allora non c’era neppure la sede.

«Il maestro formò un complesso di giovani, tutti under 25», rammenta il presidente Gianni Cervetti. Di quel periodo si ricorda bene anche un altro dei fondatori, il primo violino Luca Santaniello: «Avevo 19 anni, venni chiamato per le audizioni. Da quel giorno l’orchestra ha iniziato ad aprire il cassetto dei miei sogni, tirandone fuori tanti».

L'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi

L’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi

Gli inizi

I primi eventi al Conservatorio, il direttore era Marcello Abbado. Che faceva parte – insieme ad altri come Luigi Corbani, a lungo direttore generale – del primo nucleo dell’associazione, poi fondazione. Uno dei luoghi di incontro, il ristorante Da Berti. In una riunione Delman «parlando un linguaggio tra russo e sovietico», spiega divertito Cervetti, «dettò una sorta di piano quinquennale».

Ma le cose non furono facili: primi finanziamenti dalla Banca Popolare, primo palcoscenico “in proprio” al Lirico, fino al ’99. Lo stesso anno in cui le cose iniziarono a stabilizzarsi per la sede, che diventò l’Auditorium. Un luogo trovato grazie al mecenate Agostino Liuni.

I direttori

Almeno questo, perché intanto c’era stato un colpo al cuore di tutti: la morte dell’amato Delman, «il grande educatore», è l’opinione generale, «che ha lasciato l’impronta maggiore». E il dilemma: chi avrebbe potuto essere il suo erede? Il filo rosso non poteva spezzarsi.

Così si fece una serie di concerti con grandi direttori per rilanciare, star da Georges Prêtre a Riccardo Muti. Altri maestri ancora, molti, sul podio de laVerdi negli anni: dal gallese Alun Francis alla cinese Xian Zhang (per sette anni direttore musicale de laVerdi), passando per Vladimir Jurowski a John Axelrod. E ancora Gianandrea Noseda, Vladimir Fedoseev, Kazushi Ono e Oleg Caetani.

Riccardo Chailly

Con il suo arrivo è nato il Coro, preso in mano dallo scaligero Romano Galdolfi. Correva l’anno 1998. «In Europa si formavano le orchestre giovanili, come la Gustav Mahler voluta da Claudio Abbado. Realtà come questa pensate per dare lavoro alle nuove leve», dice il direttore artistico Rubens Jais. «E noi probabilmente in Italia siamo stati l’ultima orchestra nata per i giovani, dal Dopoguerra a oggi».

Chailly, tra quelli che hanno lasciato il segno. Ha voluto creare la “ritualità” della Nona di Beethoven a Capodanno; poi il Requiem di Verdi nella settimana dei morti; dulcis in fundo l’alternanza delle Passioni di Bach (Secondo Giovanni e Matteo).

A un certo punto, la “svolta professionale” della compagine. E quanti viaggi. Non c’è posto o quasi dove il gruppo sinfonico non sia stato. «Forse mancano i due Poli, ma è questione di tempo», scherzano in teatro. Non solo classica però.

Un’Orchestra nuova

«L’Orchestra Verdi è poco tradizionalista», precisa Jais. «Ha avuto la capacità di rinnovare la proposta, passando dalla sinfonica e barocca fino alla contemporanea e al jazz, ma anche rock e musica per film». Diversi repertori e generi, e una fase nuova. Che ha messo al centro pure un protagonista come il tedesco Claus Peter Flor, la prima volta arrivato per sostituire Chailly malato. Da quel incontro si è arrivati al “matrimonio”.

Ma al di là dei successi e dei solisti da firmamento – tra i cui la pianista Martha Argerich, il violinista David Garrett e la violinista Hilary Hahn – i momenti difficili non sono mancati, «a causa dei fondi e dei debiti. Che negli ultimi tre anni sono scesi di dieci milioni», viene spiegato.

Ma non sono mancati i contrappesi: gli applausi e gli incontri, a volte eccezionali. Come quello a Roma con Benedetto XVI e poi il presidente Giorgio Napolitano, fan storico. A questo si aggiunge il sostegno di Milano, delle amministrazioni e degli appassionati («sono stato fermato per strada o seguito fino a casa», riferisce Santaniello, «e ho trovato una rosa rossa nella casella della posta»).

I fan dell’Orchestra Verdi

Tra gli appassionati in sala gli ex sindaci meneghini Carlo Tognoli e Marco Formentini, recentemente il presidente Lombardo Attilio Fontana. E ancora, il virologo Roberto Burioni e gli architetti Vittorio Gregotti e Stefano Boeri. In alcuni casi spettatori di “concerti da urlo” rimasti nella memoria; qualche anno fa una «Terza di Mahler del maestro Flor».

La Sinfonia dei Salmi firmata Chailly-Gandolfi che commuove ancora. Jais ricorda Suor Angelica e Tabarro del trittico pucciniano. Poi il Bolero di Ravel danzato da un’étoile come Luciana Savignano.

Orchestra Verdi con l'attuale direttore musicale Claus Peter Flor

L’Orchestra Verdi con l’attuale direttore musicale Claus Peter Flor

«La musica al centro, tutto il resto dopo». È questo il fil rouge che ha tenuto insieme tutto e tutti, insistono i vertici. Nel nome anche dell’educazione delle nuove generazioni e non solo, come piaceva a Delman: i ragazzi delle scuole, i corsi di storia della musica, l’orchestra baby, gli incontri per presentare i recital, persino il coro per gli stonati.

«Concerti di alta qualità», concludono Cervetti e Jais, «e la missione di far comprendere come la musica sia uno strumento sociale per l’aggregazione, per implementare la qualità della vita». Insomma, il filo rosso continua.

Luca Pavanel

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