Muti e la maestosa severità del Requiem di Verdi

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Con un pianissimo al limite dell’udibile è iniziato il concerto di sabato 20 aprile a Baden-Baden. Riccardo Muti alla guida dei Berliner Philharmoniker e del Coro del Bayerischen Rundfunks, preparato da Howard Arman, con Vittoria Yeo, Elīna Garanča, Francesco Meli e Ildar Abdrazakov hanno affrontato il Requiem di Verdi: uno dei concerti di punta del Festival di Pasqua che si svolge ogni anno nella celebre città termale tedesca. Concerto di punta per il repertorio, per i solisti, per la compagine e ovviamente per Riccardo Muti, accolto fin dalla sua apparizione sul palco con ovazioni e alle prese con uno dei sommi capolavori verdiani.

Perfettamente a suo agio nel repertorio, Muti ha confermato ogni aspettativa, dando prova di totale dominio di orchestra e partitura. Il suo gesto è essenziale, compatto, deciso, ma sempre carico di energia, mai meccanico o compassato. E in questo gesto stava tutta l’interpretazione del Requiem, in una visione assai più sinfonica che teatrale. Muti non è mai caduto in grandi patetismi, ha condotto con saldezza un Requiem serio e maestoso, che anche nel turbinoso Dies irae non ha mai dato spazio ad eccessi, ma faceva proprio della decisione la propria forza. Non per questo si sacrificano i momenti più intimi e misteriosi, anzi, probabilmente i meglio riusciti dell’intero concerto: Muti ha spinto fino al limite orchestra e coro, consapevole del virtuosismo tecnico e dinamico che potevano raggiungere e costruendo proprio sullo scarto dinamico la sconvolgente forza drammatica del Requiem. Certo, in questa visione c’è di sicuro una componente di tedesca compattezza che è propria dei Berliner e del Coro del Bayerischen, ma da questa materia prima di livello a dir poco perfetto Muti ha saputo trarre un’interpretazione coerente e ricchissima.

Per confermare il livello corale e orchestrale basterebbe anche solo citare l’insieme dinamico perfetto, la totale compattezza di archi e fiati, la cura timbrica e ritmica di ottoni e percussioni, ma anche dettagli di interpretazione, come la fremente tensione caricata in un singolo tremolo o l’abilità dei Berliner, nonostante una certa inamovibilità timbrica, di rispondere alle idee di Muti: valga per tutti la furibonda discesa degli archi nel secondo Dies irae, in cui è bastato chiedere un attacco lievemente più marcato per trasformare interamente il ruolo drammatico di una singola frase.

In questa chiarezza di dettagli si è compiuto tutto il Requiem. Fantastico anche il coro, perfetto nell’insieme e con un ampio range dinamico, scolpito con sicurezza da Muti fino all’Agnus dei, in cui coro e orchestra hanno raggiunto un impasto timbrico di sconcertante pienezza. Dagli istanti di meravigliosa intimità, il Requiem è stato condotto con forza e tensione verso lo splendido Libera me, fino al raccolto finale, mesto e concentratissimo. Di primo livello anche i solisti, come ci si poteva immaginare dai nomi, tutti estremamente diversi ma sempre perfetti nell’insieme. A partire dal soprano Vittoria Yeo, la cui voce era forse quella meno adatta alla possente drammaticità del Requiem, ma che al contempo eccelleva per morbidezza di timbro e totale controllo dinamico: meravigliosi gli attacchi nel pianissimo e perfettamente condotti gli ampi crescendo. Pochissime le sporcizie di intonazione anche nei bellissimi passaggi con il coro nel finale, in cui il soprano sudcoreano ha mantenuto coerente l’idea di maestosa intimità, con sobrietà energica e trattenuta intensità. Ben meno per il sottile è andata Elīna Garanča, cui si devono alcuni degli interventi più riusciti dell’intero concerto.

Con profonda cavata, la Garanča ha mantenuto costante la tensione espressiva, riuscendo a equilibrare limpidezza di intonazione e dizione con possanza drammatica, sempre nitidamente percepibile anche nei massimi punti tra orchestra e coro. La sua voce, ampia e scura, ha saputo dipingere tanto i punti più tragici, quanto la maestosa severità. Ottimo anche l’insieme con Vittoria Yeo, nello splendido Recordare, in cui le due voci hanno saputo unirsi senza mai perdere una propria marcata fisionomia. Non da meno Francesco Meli, dal carattere ancora diverso, ricco di slanci appassionati e vibrante tensione. Il tenore genovese ha dato una prova a dir poco eccelsa, mostrando una voce sempre chiara e nitida, ma al contempo assai duttile, pronta ad assecondare l’intenzione di ogni frase e con ottimo controllo tecnico. Molto bene anche Ildar Abdrazakov, i cui interventi hanno mostrato tutta la sua voce possente, meno ricco di sfumature di fraseggio, ma ben calato nell’afflato epico e appassionato della sua parte, con particolare tono accorato. Ottimo l’insieme dei solisti, tanto tra di loro quanto con orchestra e coro, pur non trovandosi questi mai in secondo piano, anzi. I Berliner non sostenevano con eleganza il canto, ma con forza lo contrappuntavano, un Requiem in cui nessuna voce, solista, corale o orchestrale che fosse, veniva ignorata. E in questa visione, profondamente e schiettamente corale, stava tutta la maestosa severità del Requiem di Verdi diretto da Muti.

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