“Mimì. Da sud a sud”: intervista a Mario Incudine

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Polistrumentista, attore, cantante e regista, Mario Incudine porta in scena dal 10 al 14 giugno al Teatro Elfo di Milano le musiche di Domenico Modugno con lo spettacolo “Mimì da sud a sud sulle note di Domenico Modugno”. I testi sono di Sabrina Petyx, la regia di Moni Ovadia e Giuseppe Cutino, gli arrangiamenti musicali di Mario Incudine e Antonio Vasta.

Da dove nasce l’idea di uno spettacolo con le musiche di Domenico Modugno?

Ho sempre amato Domenico Modugno. Lo ascolto da quando ero bambino e mi ha sempre affascinato il suo modo di essere un artista trasversale. Mi ha sempre incuriosito il suo precorrere i tempi, inventare mode, anticipare tendenze. E mi ha sempre molto affascinato il suo sapere raccontate così bene la mia terra, la Sicilia, in un modo così poetico e raro. Nessun siciliano ha saputo descrivere la Sicilia meglio di lui. Mi affascinava il modo che aveva di usare gli animali con “exempla” per sottolineare vizi e virtù degli uomini. Mi piaceva questa arte, tutta sua, si cantare con gli occhi, con la faccia, con il corpo. Questo recitare più che cantare, questo “cuntare” come fosse un modernissimo cantastorie. Ho amato tutta quella produzione minore che è stata la sua gavetta, la sua palestra, e ho deciso di metterla insieme in uno spettacolo perché la conoscessero e se ne innamorassero anche gli altri così come me ne sono innamorato io. E soprattutto perché, grazie a queste canzoni, si racconta uno spaccato d’Italia, si entra dentro un periodo storico, si scava nella forza del dialetto che, come diceva lui stesso, è la nostra unica lingua, ma sopratutto si racconta un sogno, che è il suo e il mio: il sogno di chi vuole trovare il suo posto nel mondo e lo fa con la fame vera, quella che ti fa prendere la vita a morsi, quella che ti fa partire e lasciare tutto per potere realizzare ciò che desideri. Nasce da qui “Mimì da sud a sud”.

Com’è stato l’incontro con Moni Ovadia?

Ho incontrato Moni Ovadia all’auditorium del Parco della Musica di Roma, eravamo entrambi ospiti dell’Orchestra Popolare italiana di Ambrogio Sparagna. Io eseguii “I treni di lu suli” un cunto struggente scritto da Ignazio Buttita sulla strage di Marcinelle in Belgio, lui alla fine dell’esibizione venne ad abbracciarmi commosso e mi disse che gli avevo ricordato il grande cantastorie Ciccio Busacca, protagonista del fortunato “Ci ragiono e canto” di Dario Fo. Da quel momento non ci siamo più separati, è nato un sodalizio umano e artistico che ci ha portato a condividere tantissime esperienze: “Le supplici” di Eschilo messo in scena al teatro greco di Siracusa, tradotto interamente in siciliano è trasformato in una colossale opera musicale, fino a “Casellante” di Camilleri, e poi “Liolà” di Pirandello; in quest’ultimo mi ha diretto con la maestria del grande regista e l’affetto di un padre.

Nelle note al suo spettacolo “Mimì da sud a sud sulle note di Domenico Modugno” si cita Frank Sinatra, che una volta disse: “Fingiti siciliano e conquisterai il mondo!” forse perché pensava che la Sicilia, attraverso la sua lingua, fosse così universale da oltrepassare tutti i confini senza difficoltà. È ancora così? 

La Sicilia ha sempre rappresentato un paradigma. Goethe diceva che è la chiave per conoscere l’Italia, Federico II amava dire che non invidiava a Dio il paradiso perché ci viveva già. Sciascia invece sosteneva che si è siciliani con difficoltà, ma nonostante tutte queste contraddizioni la Sicilia resta sempre un laboratorio creativo fondamentale, una terra che ha in se il barocco e Gibellina, palazzi reali e mercati rionali, è un crocevia di culture uniche, un incubatore di meraviglia e di poesia, è la patria della lingua, è senza dubbio la terra più controversa ma allo stesso tempo più febbrile che esista. Chi passa da qui non può non rimanere intrappolato e non può non lasciare il cuore e il cervello in questo triangolo di coste. Qui tutto è storia, ogni etnia si è stratificata lasciandoci ogni meraviglia, nel cibo, nella parola, nella musica, nell’architettura, nella letteratura, nel teatro. Siamo sempre stati avanguardisti, qui.

Parliamo ancora della lingua. La scrittrice londinese di origini bengalesi Jumpa Lahiri  ha dedicato un intero libro a raccontare il suo desiderio di scrivere in un’altra lingua (l’italiano) con lo scopo, nemmeno sottinteso, di esprimersi meglio, di riuscire a ‘liberarsi’ dalle gabbie della propria lingua per dire quello che voleva dire. Anche lo scrittore giapponese Murakami fa una cosa simile. Ha mai provato a scrivere canzoni in una lingua diversa, per vedere che effetto poteva fare?

Sì. L’ho fatto in arabo, facendomi aiutare da un grandissimo cantante palestinese, Faisal Taher. E alla fine ho trovato molte parole che assomigliavano al siciliano. Non solo come suono, ma ci sono parole che non sono traducibili in italiano, ma dette in arabo assomigliano moltissimo al siciliano. Quando si fanno troppi convenevoli in Sicilia si dice “finiscila ccu tutti sti salamelecchi”. Ecco, in Italiano potrebbe tradursi con “convenevoli” ma non rende assolutamente l’idea. Ma è invece la sicilianizzazione del saluto arabo Salam alekum. Scrivere in arabo è stato come fare un viaggio ancora più a sud del sud. In quel sud del sud dei santi che descriveva Carmelo Bene. Quel sud in cui tutte le lingue parlano la stessa lingua.

Nello spettacolo “Mimì da sud a sud”, la Sicilia rappresenta il luogo dell’anima per uno come Domenico Modugno, che era nato comunque al sud, ma in Puglia. Perché secondo lei questo passaggio? Fu solo un errore o c’era dell’altro?

C’era sicuramente dell’altro. Tutti sapevano che lui fosse pugliese, ma l’immagine del cantore siciliano era più forte. Era anche una questione di marketing. Per conquistare il nord, e il nord del mondo, dovette andare ancora più a sud della Puglia. Per questo il sottotitolo dello spettacolo è “Da sud a sud” perché alla fine è raccontando il tuo villaggio che diventi universale. E lui ha fatto così, ha preso a piene mani la tradizione, il suono, il sapore del sud per poi costruirsi un paio di ali e prendere il volo. Un volo che ha sempre avuto comunque i piedi ben saldi a terra. La sua terra.  

Lei ha lavorato con grandi scrittori siciliani: primo fra tutti, Camilleri. Che cosa le ha insegnato?

Camilleri mi ha insegnato che non esiste limite alla lingua. Che il teatro è l’unico luogo dove non serve capire le parole, ma fare capire i sentimenti attraverso le parole. Le parole sono suono che rimanda a una memoria che ognuno sa riconoscere pur non comprendendone a pieno il significato. La lingua è fatta di sensazioni, di alchimia. Questo è tutto il teatro dell’oralità, quelle storie che devono avere un’ urgenza, quella del racconto. Storie che devono essere tramandate altrimenti si perdono perché nessun libro di storia ce le consegna. Camilleri è un maestro della parola, che imprime ritmo e melodia a ogni sillaba. Un uomo che ha inventato un idioma e ha sdoganato un’ immagine vera e autentica della Sicilia, senza retorica.

Lei ha lavorato anche con tanti musicisti. Com’è cambiata la sua musica, se è cambiata, a contatto con personaggi come Francesco De Gregori, Franco Battiato, Lucio Dalla?

È cambiato l’approccio alla scrittura della mia musica. Esistono maestri che sono tali perché sono riconoscibili. Loro mi hanno insegnato a cercare la mia cifra, il mio stile, la mia temperatura e a farla diventare personale, unica, riconoscibile. Quando si ascolta una cosa e si dice “questa canzone è alla Battiato”, significa che Battiato ha creato uno stile così forte, così personale, che fa scuola. Come Fellini nel cinema. L’aggettivo felliniano ormai si usa le descrivere certe tendenze. Ecco, bisogna essere riconoscibili.  

Ritorniamo a Domenico Modugno. “Nel blu dipinto di blu” (nota sopratutto come “Volare”) è una delle canzoni italiane più conosciute al mondo ed è probabilmente la più eseguita tanto che nel tempo è stata spesso considerata una possibile sostituta dell’Inno di Mameli. Secondo lei potrebbe essere possibile, un giorno, questa sostituzione?

Credo che “Volare” abbia rivoluzionato la Musica italiana. C’è un prima e un dopo “Volare”. Se ci pensate è stato una rivoluzione poetica e musicale senza pari. Una canzone che comincia con la stessa nota ripetuta nove volte uguale non si era ma sentita. Un ritornello che esplodeva con una sola parola e poi un “oh oh” era davvero una rivoluzione. La musica diventava teatro, politica, sogno collettivo, rivalsa sociale. Era l’Italia che risorgeva dalle sue ceneri e ritornava a volare. Per questo, forse si, è un nuovo inno d’Italia. Un inno 2.0.

Se dovesse scegliere una canzone siciliana, invece, come simbolo di tutta l’Italia, quale canzone sceglierebbe?

In questo momento storico “U Sciccareddu” una romanza dedicata all’asino… e saprei anche a chi dedicarla.  

Che rapporti ha, invece, con gli strumenti storici, antichi, della sua terra?

Li uso costantemente. Zampogne, flauti di canna, mandole, corni e tamburi a cornice sono parte del mio suono, ma cerco di declinarli ad un uso nuovo. Mi piace far dialogare questi strumenti con mondi apparentemente lontani: un’orchestra sinfonica, la banda, ma anche con chitarre elettriche urban blues o con l’elettronica. Gli strumenti sono materia fluida, in continuo divenire e quindi cambia anche il loro modo di essere utilizzati.

Immagine di copertina Ph. Toto Clemenza dallo spettacolo “Mimì da sud a sud sulle note di Domenico Modugno”.

 

 

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