«Malia napoletana»: intervista a Rita Marcotulli

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«Malia napoletana» è un iter jazzistisco attraverso una serie di perle del legato musicale partenopeo, realizzato con arte da Massimo Ranieri. Con lui musicisti d’eccezione: Stefano Bagnoli, Stefano Di Battista, Riccardo Fioravanti, Rita Marcotulli, Enrico Rava.  Accenti e gusto della musica jazz con «Malia» vengono esplicitati, esplorati in lungo e in largo.

La stessa Napoli di sempre viene cantata jazz per tratteggiarla, dipingerla, vederla e farla vedere come mai prima. L’ascolto così si traduce in conoscenza. Di più, in amicizia. Di quelle che vanno avanti per la vita. Per capire meglio questo straordinario fenomeno ci siamo appellati a Rita Marcotulli, pianista e compositrice di grande talento e profonda sensibilità.

Signora Marcotulli, quanti segreti e misteri si possono ancora trovare in partiture leggendarie della tradizione?

È una sfida. Noi cerchiamo di dare loro una veste diversa perché le melodie sono talmente belle che secondo me si prestano comunque a un’elaborazione. Sono pezzi che di fatto non tramontano mai. Un grande musicista diceva che la musica, l’arte, si riconosce perché vive sempre nel presente.

È sempre contemporanea?

Sì. Bach è talmente congegnato bene che non diventerà mai una cosa effimera. O comunque che passa di moda. Solo la musica di moda è un fenomeno consumistico che è destinato a finire. Una melodia con dentro un pathos, un’idea, un’anima, è eterna. Massimo tiene a cantare queste canzoni. Chiaramente per lui è una cosa anche molto nuova e diversa. Perché col jazz non aveva mai avuto alcun incontro.

Almeno non esplicito.

No, però lui è una persona curiosa, con la voglia di sperimentare. Ringraziamo anche Mauro Pagani che è il produttore. L’idea nasce da lui. Fare queste canzoni napoletane in modo che diventino degli standard. Perché nel jazz si suonano gli standard. Che non sono altro poi, spesso, che colonne sonore dei film americani.

Motivi di immediata riconoscibilità?

Esatto. Melodie che si prestano molto ad avere un arrangiamento più standard.

Perché la gioia diventa facilmente euforia e la tristezza diventa più triste, se le canti jazz?

Il jazz ha la peculiarità di essere una musica improvvisata. È sempre fresca. E si rigenera ogni volta che noi la suoniamo. Anche uno stesso pezzo, la melodia è uguale ma non sarà mai uguale in nessuna delle sere in cui si tiene il concerto. Dipende anche molto dal pubblico. Dal tipo di risposta. Dall’elettricità che tu percepisci negli spettatori, da quanto sono coinvolti. Quello dà anche a noi una forza. È un’altra energia per riuscire a esprimere al meglio quello che sentiamo.

Si avverte una temperatura emotiva?

Sì, e poi la musica si fa insieme. Si condivide un palco.

Quanto improvvisate?

C’è molto improvvisato. Il jazz dal punto di vista teorico è una melodia costruita su determinati accordi. I musicisti improvvisano su quelle strutture armoniche.

A proposito di armonia, Lei viene ringraziata in particolare nelle note al disco «Malia Napoli 1950-1960» per la Sua «sapienza armonica».

Devo dire che la ricerca dell’armonia è proprio una delle cose che mi piacciono di più. Trovare delle sostituzioni agli accordi classici originali, magari molto più semplici. Dare loro una veste un pochino più jazzistica. Perché da un punto di vista teorico il jazzista ha degli accordi più complessi, non soltanto triadi, ma con delle alterazioni…

Delle elaborazioni?

Un’elaborazione che fa sì che il pezzo acquisti un altro taglio, un po’ più raffinato, una cosa diversa.

Il pianoforte è l’architrave strumentale di questo progetto.

Certo. Tutto si poggia sul pianoforte e sul basso. Il basso diciamo è l’albero della barca. Poi io tengo gli accordi dove Massimo canta. Dove si appoggia. Senza l’armonia farebbe più fatica. Poi il pianoforte è un’orchestra. È uno dei pochi strumenti che tutti riescono a strimpellare ma per suonarlo bene bisogna studiare una vita. Perché è talmente complesso… Ha la parte bassa, la parte centrale, la parte alta. Come fosse un’orchestra. Io posso suonare le linee di basso o accompagnare o suonare la melodia.

«Malia» è un raffinato gioco della mente. Un gioco di destrezza imprevedibile che coglie alla sprovvista e cattura. Ma come fate?

È quello che dicevo prima: è la spontaneità.

I brani dei due album «Malia» includono canzoni mordaci, canzoni che descrivono un clima e canzoni d’amore in tutte le gradazioni possibili. Come si cambia registro così repentinamente a ogni svolta della scaletta?

Nelle canzoni ciò che predomina è il testo. Quello fa la differenza. A seconda di che tipo di testo c’è, l’arrangiamento cambia. Mi viene in mente «Malatia» che è una canzone romantica che ha un carattere completamente diverso da tanti altri pezzi che invece sono divertenti e che Massimo canta. Il carattere dev’essere diverso per rendere al meglio il senso.

Vi calate immediatamente in un’altra atmosfera.

Certo. Anche perché seguendo il testo la musica viene spontanea.

Quella è la guida? Le parole?

Assolutamente. Mi ricordo sempre un bellissimo film di Tavernier che era «Round Midnight». C’era Dexter Gordon, questo grandissimo sassofonista che a un certo punto deve suonare una canzone e non riesce a ricordarsi la melodia e dice: «Non mi ricordo il testo». Quando ricorda le parole ricorda la melodia. Perché il testo in una canzone è una cosa importante. Noi cerchiamo di enfatizzare. Quando Massimo dice delle cose io enfatizzo con la musica. Cerco di far sì che le parole siano anche visionarie.

Acquistino una corporeità musicale?

Esattamente.

La voce di Massimo Ranieri è un diamante di gran luce. Con lui questi brani ritrovano tutta la loro forza primigenia.

Sì, lui ha questa sua caratteristica. La grandezza di ogni artista è l’originalità. Essere se stessi. Una volta a Thelonious Monk, grande pianista di jazz, chiesero: «Secondo lei qual è il genio?» E lui ha risposto: «È quello più vicino a se stesso». Faccio una distinzione purtroppo con il mondo che stiamo vivendo adesso, dove ci sono tante canzoni e tanti cantanti che escono anche dal punto di vista tecnico preparatissimi ma a me manca molto l’originalità. Mi sembrano tutti molto molto molto simili. Puntano tutti all’acuto, al vibrato, solo alla voce.

Ma la voce è un mezzo per riuscire ad esprimere una cosa. Devi esprimere un tuo colore. Una tua personalità. Quella è la grandezza dell’interprete. Poi ognuno ha uno stile diverso. Penso a Giorgio Gaber. A Enzo Jannacci che era talmente peculiare, talmente originale, aveva un contenuto così forte, da essere unico nel suo genere. Conta l’originalità. Così, tu metti un disco senti questa voce riconosci Massimo Ranieri. Questa è la grandezza dell’artista. Un artista si distingue da questo. Non è solo un esecutore. Tu lo senti e non ti domandi chi sia perché può essere questo o quell’altro. È lui.

In questo spettacolo un ruolo da protagonista è svolto dall’ironia. Gareggiate in acrobazie musicali e continue invenzioni che sarebbero piaciute a Leonard Bernstein.

Ma, può essere, non lo so. (ride)

In ogni caso lo spettatore ha l’impressione che vi divertiate molto.

Beh, sì. Alla fine siamo sul palco e balliamo, come si dice.

Nel concerto mi è parso di individuare citazioni. Per esempio qualche battuta da «Mack the knife», da «La pantera rosa», da «Otto e mezzo». Dico bene? Nascono sul momento?

Su «La pantera rosa» c’è stata forse una citazione da Stefano Di Battista quando invita il pubblico a cantare. Ogni tanto escono delle citazioni. Sono veramente casuali. Nascono sul momento.

Si avvertono anche come delle riflessioni sull’idea stessa di suono, un suono puro. Ogni sera c’è una nota particolare che Lei porta via con sé? Un momento prezioso?

Dipende dalla serata. Penso che sia una cosa di tutti. Come dicevo prima, è una cosa talmente bella suonare insieme agli altri. Un momento di condivisione. Se il concerto è bello, è venuto bene, è bello per tutti, non solo per me. Poi, chiaramente, individualmente posso suonare una sera meglio che un’altra. Ci sono tanti fattori: mi sento meglio, sono più concentrata. O c’è un input che mi dà un musicista che mi suggerisce e mi ispira. Però ogni sera è diversa.

Ha un suo brano preferito in questo progetto? Un pezzo che ogni volta le dà un’emozione?

Per esempio «Anema e core», lo trovo un pezzo straordinario. Così come anche «Malatia», «’Na voce ’na chitarra…», «Resta cu’ mme». Sono talmente belli che è difficile scegliere. Perché poi ce ne sono certi, anche armonicamente devo dire, molto particolari. Si sente la canzone mediterranea.

Il mare?

Sì, il mare. Questa cosa mediterranea, arabeggiante, questi accordi che poi ruotano, queste seste napoletane. Il carattere degli accordi. E poi i pezzi di Carosone che sono geniali. Lui è stato sempre un genio. «Tu vuo’ fa’ l’americano»… tutto quel mondo là. Questo spettacolo del resto è dedicato agli anni Cinquanta-Sessanta.

Anche se c’è qualche incursione in altri momenti…

C’è una cosa di Pino Daniele. Perché Pino Daniele è stato importante.

Anche per Lei.

Anche per me. Ci ho suonato tanto tempo. Come musica era ancora più affine a quello che faccio io. Questo mi ispira in un modo diverso. Con Pino c’era una fratellanza. Eravamo fratelli nell’anima anche come stile musicale.

Aveva quell’impronta.

Sì, lui amava tutti i musicisti di jazz. Non a caso si contornava di grandi musicisti di jazz, sempre.  Si riteneva un chitarrista più che un cantautore. Un chitarrista di jazz.

Aspetto di solito un po’ trascurato quando si parla di lui.

La sua grandezza è stata nelle canzoni, nelle cose meravigliose che ha scritto. Però suonava anche bene la chitarra.

Per concludere, come descriverebbe con una sola parola che non sia «ammaliante» quest’esperienza di Malia?

Con una sola parola, è difficile.

 Come definirebbe questo incontro con Massimo Ranieri, quest’avventura?

Eh sì, un’avventura. Una bella avventura.

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