Impressioni sonore dalla Biennale d’Arte di Venezia

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I lettori di Amadeus interessati all’arte contemporanea hanno tempo fino a domenica 26 novembre per visitare la Biennale d’Arte di Venezia. L’edizione corrente n. 57, curata da Christine Macel, ha come titolo VIVA ARTE VIVA.

L’ho visitata ai primi di settembre limitandomi agli spazi espositivi principali: Giardini e Arsenale. La proposta è ricchissima, ma fortunatamente non eccessiva. Il consiglio è comunque quello di suddividere la visita in due giorni, se possibile.

Ho rivolto particolare attenzione alla componente sonora delle opere esposte, ascoltando più con l’orecchio del compositore (per definizione parziale e soggettivo) che con quello del musicologo. Ecco quindi una rassegna di personali impressioni sonore dalla Biennale.

GIARDINI

Il padiglione vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale è quello della Germania, che ospita un’installazione-performance inquietante e radicale intitolata Faust… a cui però non ho avuto la fortuna di assistere. Le date in cui il padiglione è animato dalla performance quotidiana sono indicate nella relativa pagina web.

È doveroso descrivere il padiglione della Francia, che al suono è interamente dedicato. La fisionomia dello storico edificio è totalmente trasformata, al suo interno, da piani e volumi di legno che si intersecano e si incastrano: una via di mezzo tra uno studio di registrazione e una scenografia modernista, ispirata da suggestioni come il Merzbau di Schwitters. Protagonisti sono strumenti e dispositivi musicali di ogni tipo: storici come il clavicembalo, vintage come i synth modulari, sperimentali come chitarre giganti, futuribili come strumenti a percussione di nuova concezione (niente paura: l’eleganza architettonica e la collocazione espositiva scongiurano l’effetto bric-à-brac).

I due curatori Lionel Bovier e Christian Marclay si sono affidati all’artista Xavier Veilhan, che ha creato una sorta di sala prove permanente in cui musicisti invitati (di background differenti, dal classico allo sperimentale) si avvicendano per tutta la durata della Biennale. Un ingegnere del suono sta in cabina regia, mentre i musicisti suonano circondati dagli spettatori di passaggio. Una performance continua in cui il notevole dispiego di mezzi è al servizio di un risultato musicale ogni giorno imprevedibile, registrato e lasciato ai musicisti che vi hanno contribuito. Concezione molto interessante, che esplora la dimensione dell’irripetibilità (hapax, come spiega lo stesso Veilhan) e che forse avrebbe potuto essere sviluppata in modo maggiormente immersivo e partecipativo per il pubblico.

Un po’ sacrificata, all’entrata del padiglione della Russia, si trova la creazione Commedia delle Arti di Dmitri Kourliandski: una pagina di testo che costruisce un minuscolo teatro dell’ascolto (e della performance) individuale e quasi interamente mentale, in bilico tra arte concettuale e gioco. Il rischio è che, senza una collocazione più adeguata, il visitatore non degni l’opera di alcuna attenzione e, men che meno, si voglia cimentare nella sua “esecuzione”. Il legame con il resto del padiglione russo sembra, peraltro, completamente assente.

Deviando per un attimo dal tema sonoro, vorrei riservare qualche parola all’interessantissimo padiglione della Grecia di George Drivas, che presenta uno sguardo decisamente originale sull’attuale scenario socio-politico. Nessuna facile retorica, bensì un percorso fanta-scientifico (in senso letterale) che pone un dilemma morale eterno: salvare e includere lo Straniero o preservare la sicurezza del Nativo? Un documentario scientifico fittizio (ma di disturbante verosimiglianza e impeccabile fattura) ricontestualizza nell’ambito apparentemente “neutro” della ricerca medica questioni etiche riprese dalle Supplici di Eschilo. Un viaggio che lascia il segno – e un cammeo di Charlotte Rampling nel video conclusivo.

Ma torniamo al suono. Nel grande Padiglione Centrale dei Giardini, piuttosto labirintico e caotico a dire il vero, consiglio di riservare attenzione all’opera Cloud Oktas di Philippe Parreno, assai rappresentativa della sua ricerca: installazione quasi luminosa, quasi trasparente e quasi silenziosa (non a caso appartiene alla serie Quasi-Objects) eppure pronta a “parlare”, a chi volesse ascoltarla, con squittii elettromagnetici sempre cangianti.

ARSENALE

Il percorso lineare delle Corderie dell’Arsenale è scandito da un’articolazione in “episodi” (aree tematiche che la curatrice paragona ai capitoli di un libro) che continua quella iniziata nel Padiglione Centrale. Qui le opere con riferimenti sonori sono numerose. Eccone una selezione, in ordine di visita, che volutamente non include quelle installazioni audiovisive in cui l’elemento musicale è riconducibile all’ambito dei drone, sfondi sonori continui che hanno il pregio di consentire una fruizione episodica delle opere, ma che riservano poche sorprese dal punto di vista acustico.

Il video Atrato di Marcos Ávila Forero mostra una ricerca che potremmo definire etnomusicologica: in una zona dell’Amazzonia vive una comunità di afro-colombiani che ha ormai perso la tradizione di battere la superficie dell’acqua come mezzo di comunicazione. L’artista ha scoperto pratiche simili in Congo e, in questo video, documenta il nuovo apprendimento di queste tecniche percussive sull’acqua da parte degli afro-colombiani, opportunamente guidati e istruiti. Lascio agli etnomusicologi le considerazioni sulle implicazioni culturali di un tale esperimento di condivisione e ricostruzione (e riappropriazione?). A un livello puramente musicale, colpisce la ricchezza di possibilità ritmiche e timbriche della percussione acquatica.

Al confine tra strumento musicale e utensile artigianale si colloca il vecchio rullo per carta da parati opportunamente modificato dall’albanese Anri Sala per trasformarlo in carillon: mentre il rullo ruota, le sue scanalature in rilievo sfregano e pizzicano le lamelle metalliche disposte a pettine. I contrappunti costruiti dai diversi pattern del rullo, tanto esili quanto stridenti, non sarebbero forse dispiaciuti a Cage…

Sfugge a banali semplificazioni anche l’opera Narrative Vibrations di Kader Attia, articolata in tre spazi contigui. Si tratta di una sorta di ricognizione sul tema della voce nelle società arabe, che non tralascia il suo ruolo politico. Alcuni elementi appaiono piuttosto didascalici, come per esempio gli estratti da trattati di acustica di Chladni inseriti nel primo corridoio. I pattern vibratori scoperti da Chladni si ritrovano, peraltro, nell’installazione centrale di altoparlanti che, diffondendo colonne sonore o canzoni di dive arabe dell’epoca postcoloniale, muovono semola di couscous. La parte più interessante è a mio parere il secondo corridoio, in cui un video di donne transgender che leggono poesie dona a tutta l’installazione una dimensione più intima e struggente.

Di apprezzabile freschezza e inventiva è la videoinstallazione Traces di Nevin Aladağ, disposta su tre quadri di proiezione contigui. L’artista ha predisposto, azionato e filmato semplici dispositivi sonori nella città di Stoccarda, lasciandoli “vivere”: un tamburo a cornice che rotola; un violino solidale con una giostra rotante, che a ogni giro viene sfregato da un archetto fissato a terra; un sonaglio agganciato a un cavalluccio per bambini che oscilla avanti e indietro, eccetera. Il contrappunto audiovisivo costruisce poliritmi e groove inaspettati, che riservano interessanti sorprese timbriche laddove l’inerzia viene meno: il delicato scratch prodotto dal violino prossimo a fermarsi sembra acquistare una qualità quasi biologica.

Esauriti gli spazi delle Corderie e delle Artiglierie, oltrepassata l’installazione “planetaria” della polacca Alicja Kwade (che mi pare meno interessante dell’altra sua opera esposta, la labirintica e illusionistica Weltenlinie) e attraversato il notevole padiglione dell’Italia, si può accedere al Giardino delle Vergini per visitare le ultime opere del percorso. Appena prima dell’uscita dal Giardino si trova l’installazione sonora Composition for a Public Park di Hassan Khan, vincitore del Leone d’Argento per il miglior artista emergente. L’opera, definita dalla giuria “un’esperienza coinvolgente che intreccia in modo splendido politica e poetica”, consiste in un percorso suddiviso – spazialmente e musicalmente – in tre parti, intese come veri e propri “movimenti” ripetuti in loop. La fascinazione dell’audio multicanale, diffuso dai numerosi altoparlanti, è sicuramente coinvolgente.

Pregevole è pure la cura nella realizzazione musicale, a opera dello stesso artista-musicista, che riserva particolare attenzione alla distribuzione spaziale dei diversi timbri che si articolano nel tempo. Mi lascia piuttosto perplesso, tuttavia, la presenza del parlato: voci che, introducendo un contenuto semantico, non riescono a fondersi compiutamente con la musica. Non è ben chiaro quale dei due elementi musicale e verbale rappresenti la “colonna sonora” dell’altro. Inoltre, dal punto di vista “ecologico”, avrei apprezzato una maggiore integrazione del suono con il luogo: anche Murray Schafer avrebbe qualcosa da obiettare a proposito di questa composizione che si serve del giardino come mera cornice spaziale, senza “ascoltarlo” minimamente.

Una piccola perla, sempre nel Giardino delle Vergini, si trova all’interno di una stanza-ripostiglio piena di scaffalature vuote: la magica costruzione ottica e cinetica dell’ungherese Attila Csörgő (già vincitore del premio Nam June Paik 2008) dal titolo Clock Work. Si tratta di una scultura mossa lentamente da un complesso meccanismo e illuminata da una luce che ne proietta l’ombra su uno schermo, producendo un continuo e reversibile morphing tra il cerchio perfetto di un orologio e il simbolo dell’infinito a forma di “otto” reclinato. Il fruscio del meccanismo e l’inesorabile ticchettio dell’unica lancetta, nel silenzio della stanza semibuia, potranno attivare vertigini percettive e interiori nei visitatori meno frettolosi. Con quest’opera, che combina genialmente geometria, tecnologia e poesia, vorrei concludere questa rassegna.

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