Human Requiem: concerto con il pubblico protagonista

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Le luci si oscurano, si è in piedi in mezzo a una sala colma di altre persone in calze che si guardano intorno. Non ci sono sedie, c’è chi si appoggia al muro, chi si siede per terra. Da un angolo lontano, senza riuscire a distinguere esattamente la direzione, si sente il suono di un pianoforte. All’improvviso il proprio vicino, una donna dietro di sé, un uomo alla sinistra, molti altri intorno alla propria persona iniziano a cantare e ci si ritrova immersi nel suono. Quello che sembrerebbe una seduta di meditazione è invece un concerto: Human Requiem.

All’ingresso si è invitati a togliersi le scarpe e lasciare nel guardaroba giacche e borse, a piegare a modo di origami dei bicchieri di carta per berci dell’acqua rinfrescante e a incamminarsi nella sala. In questa atmosfera rilassata e non convenzionale emergono delicatamente le note del pianoforte suonato a quattro mani e le prime parole intonate intorno all’ascoltatore declamano “Selig sind, die da Leid tragen” (“Beati quelli che soffrono”). L’opera 45 di Johannes Brahms, Ein deutsches Requiem (Requiem tedesco), qui in versione per pianoforte a quattro mani, coro e solisti riempie letteralmente la sala (e non il palco) del Radialsystem di Berlino le sere dei primi giorni di maggio. Il Rundfunkchor Berlin, Iwona Sobotka (soprano), John Brancy (baritono), Angela Gassenhuber e Philip Mayers al pianoforte, diretti da Gijs Leenaars assistito da Benjamin Goodson portano in scena questa versione unica e “umana” del Deutsches Requiem ideata dal regista Jochen Sandig. Dal suo debutto nel 2012 esattamente nella stessa sala berlinese, il cosiddetto human requiem creato da Sandig assieme ad un team di Sasha Waltz & Guests ha riscontrato enorme successo internazionale. Dopo New York, Hong Kong, Atene, Bruxelles, Parigi, Amsterdam, Granada, Adelaide e numerosi riconoscimenti, la produzione interdisciplinare del Rundfunkchor torna alla sua città di origine per quattro serate sold out prima di andare in tournee a Istanbul.

Nel Human Requiem la quarta parete tra musicisti e pubblico non solo viene rotta, ma il pubblico diventa parte integrante dell’azione scenica. A seconda dei movimenti del coro, completamente mischiato tra il pubblico, nasce una dinamica unica che unisce la musica, il testo e le azioni corali all’esperienza degli ascoltatori in modo diretto. Attraverso i piccoli gesti ideati dal regista – consegnando a ogni spettatore un cuscino, facendo calare delle altalene di legno dal soffitto, srotolando dei tappeti di tela nel centro della sala – il pubblico viene coordinato e introdotto magnificamente nell’azione del coro, che interpreta il testo di Brahms in modo astratto ma allo stesso tempo chiaro. Il messaggio di consolazione al centro del Deutsches Requiem viene preso alla lettera e trasmesso al pubblico attraverso piccole scene simboliche e profonde: una processione funebre, il gioco delle altalene e del girotondo, la disperazione di una ricerca alla rincorsa, l’interazione tra i due solisti e il coro come massa.

Diretti parallelamente da Gijs Leenaars e Benjamin Goodson in modo quasi impercettibile dall’alto di due piedistalli mobili, i cantanti del coro prestano un’interpretazione notevole, precisa e di alta capacità comunicativa nonostante i vari spostamenti e i numerosi momenti al buio. La chiarezza del testo, le variazioni dinamiche e la perfetta coordinazione con i due pianisti Angela Gassenhuber e Philip Mayers, anche loro “mobili” durante l’esecuzione, porta alla luce l’alto livello di preparazione del Rundfunkchor Berlin e dei musicisti.

Il gioco delicato delle luci della sala, che incorpora anche finestre e giochi d’ombra, dona all’allestimento un tocco sublime allineato all’aspetto emotivo della serata. Aspetto che riesce a raggiungere ogni singolo ascoltatore non lasciandolo indifferente. La sensazione di essere dentro a un coro, di sentire le vibrazioni delle voci a fior di pelle, di muoversi liberamente dentro allo spazio della musica, rendono questa serata un’esperienza unica condivisa e personale allo stesso tempo.

Nell’ultimo numero del Requiem, nel buio totale, il coro posizionato lungo il bordo della sala circonda il pubblico seduto al suo interno per terra. Le parole “Selig sind die Toten” (“Beati sono i morti”) abbracciano con un pianissimo di grande delicatezza tutti i presenti in sala, che rimangono in silenzio e lo preservano in modo meditativo per qualche minuto prima di irrompere in un applauso entusiasta.

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