Giulio Caccini, alle origini del melodramma

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Nato a metà del Cinquecento, Giulio Caccini è stato un compositore decisivo per la nascita del melodramma. Ecco la vita e le opere dell’autore delle Nuove Musiche

giulio caccini

Erasmus Quellinus II, La morte di Euridice, 1630 (particolare)

Quattrocento anni fa: è il 10 dicembre 1618. Un corteo funebre si dirige verso la chiesa fiorentina della Santissima Annunziata, dove sta per essere tumulata la salma di Giulio Caccini; è una delle più importanti figure musicali attive a cavallo tra ’500 e ’600. Un autore decisivo per l’epocale nascita di un nuovo genere: quello del melodramma.

Studi ed esordio di Giulio Caccini

Giulio Caccini nacque a Tivoli (o forse Roma, come potrebbe suggerire il soprannome “Romano”), tra il 1545 e il 1550. Studiò con Giovanni Animuccia e fece parte della Cappella Giulia. Nel 1565, si trasferì a Firenze, presso la corte dei Medici, alla quale avrebbe reso servizio per circa 40 anni. Studiò canto, liuto e arpa con Scipione della Palla; poi si affermò come cantante, raggiungendo in fretta fama anche fuori d’Italia.

Favorito da ciò e dal suo spirito ambizioso e intraprendente, fu accolto nel cenacolo umanistico della Camerata fiorentina. Inizialmente, dal 1576 al 1582, si riuniva nel palazzo di Giovanni Maria de’ Bardi, radunando intellettuali, musicisti, poeti, filosofi e scienziati, per rievocare la vagheggiata musica greco-romana, opponendo alla gloriosa tradizione polifonica rinascimentale l’idea di una antica-nuova monodia accompagnata, dalla straordinaria immediatezza espressiva.

Nel 1579, in occasione dei festeggiamenti che celebravano le nozze tra Francesco de’ Medici e Bianca Cappello, sul tappeto sonoro di un gruppo di viole, intonò due melodie composte da Piero Strozzi; erano i primi esemplari degli ideali auspicati dalla Camerata. Il genere del melodramma stava iniziando a prendere forma.

Le sue composizioni

Probabilmente nella seconda metà degli anni ’80, concepì Arie e Madrigali a voce sola che in un secondo tempo sarebbero confluiti nelle sue raccolte a stampa. La prima notizia tangibile della sua attività di compositore risale al 1589, quando, in occasione dei festeggiamenti organizzati per le nozze di Ferdinando de’ Medici e Cristina di Lorena, partecipò agli Intermedi della commedia La pellegrina di Girolamo Bargagli eseguendo una sua composizione a voce sola. La sua figura d’artista era in ulteriore ascesa.

All’inizio degli anni ’90 soggiornò a Ferrara e a Roma. Nel 1595, forse partecipò alla composizione della Dafne di Jacopo Peri; nel 1600 compose, con altri autori, il Rapimento di Cefalo (parti solistiche e Coro conclusivo).

L’anno dopo pubblicò l’Euridice (prima esecuzione nel 1602). Rivendica così la paternità del nuovo stile del recitar-cantando (la nuova forma di canto adottata per le prime azioni drammatiche in musica), in opposizione all’omonima composizione teatrale di Peri, eseguita nel 1600; composizione a cui, comunque, aveva partecipato con l’ideazione di Arie e Cori.

Questi dati sono indizio di un momento musicale oltremodo percorso da un grande fervore e da un’accesa competitività. Evidentemente una conseguenza della presa di coscienza tra i musicisti del tempo di essere parte di un momento irripetibile della storia della musica.

Le Nuove Musiche

Ma il nocciolo dell’arte di Caccini è da individuare in due raccolte a stampa. Parliamo de Le Nuove Musiche (1602) e Nuove Musiche e nuova maniera di scriverle (1614).

Qui, anche grazie alle prefazioni destinate ai lettori, Giulio Caccini espone la fisionomia, molto particolare, di una ricerca artistica in cui fruttuosamente s’incontrano la speculazione teorica e la concretezza di una raffinatissima e consumata pratica del canto.

Il tutto punta a ottenere uno stile che sia conforme «a quella maniera cotanto lodata da Platone et altri filosofi, che affermarono la musica altro non essere che la favella e il ritmo et il suono per ultimo, e non per lo contrario, a volere che ella possa penetrare nell’altrui intelletto e fare quei mirabili effetti che ammirano gli scrittori, e che non potevano farsi per il contrappunto nelle moderne musiche». Iniziava l’età moderna della musica: quella degli affetti dell’anima.

di Massimo Rolando Zegna

antica@belviveremedia.com

 

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