François Couperin, il grande tramonto

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Trecentocinquanta anni fa nasceva François Couperin: geniale simbolo musicale del lento declino del regno  di Luigi XIV, “il re Sole”

François Couperin

François Couperin

Fu soprannominato “le Grand”, e potrebbe bastare così. Eppure la sua figura d’artista – sepolta per quasi tutto l’800 dall’invadente fortuna del pianoforte – fu riscoperta soltanto a partire dal 1888, per merito dell’edizione integrale delle sue Pièces de clavecin pubblicata a Londra da Augener, curata dal musicologo tedesco Karl Franz Friedrich Chrysander Johannes Brahms. Prima erano apparse solo stampe parziali, approntate da Jean-Bonaventure Laurens (1841) e da Jacques-Hippolyte- Aristide Farrenc (1862-1869). Da quel momento le Pièces iniziarono a comparire nei programmi concertistici. Finché, Wanda Landowska gli dedicò un intero recital. Era il 1905, e François Couperin “le Grand” poteva dirsi finalmente recuperato.

La riscoperta

Autori come Claude Debussy, Maurice Ravel e, in seguito, Richard Strauss iniziarono a guardare con massima attenzione alla musica del francese. Poi, tra il 1932 e il 1933, l’Éditions de l’Oiseau- Lyre, fondate a Parigi dall’australiana Louise Smith, esordirono con i dodici volumi dell’ Oeuvres complètes del maestro barocco.

Un’impresa di altissimo pregio e cura storica, succeduta, nel 1955, sempre per merito dello stesso marchio, dalla prima incisione discografica completa delle Pièces de clavecin nell’esecuzione di Ruggero Gerlin.

La vita

François nacque a Parigi, il 10 novembre 1668, con un dna artistico forte e ben definito. Il padre Charles e gli zii François e, soprattutto, Louis erano tre musicisti. Nel 1685 divenne organista della parrocchia parigina di Saint-Gervais; nel 1693 si spostò alla Chapelle Royale di Versailles di Luigi XIV, il “re Sole”. Clavicembalista emulato e celebrato dalla nobiltà della capitale, si occupò dell’educazione musicale dei principi reali. Non volle mai lasciare Parigi a favore di Versailles, e morì l’11 settembre 1733.

Nel 1969, Roberto Pagano scrisse che Couperin è il «simbolo musicale del tramonto del Re Sole, così come Lully era stato il rappresentante tipico del pieno splendore del “Grand siècle”». Oggi, a 350 anni dalla nascita del compositore non si può che confermare questa affermazione.

Il simbolo musicale di un’epoca

Couperin è stato un geniale testimone del lento declino della potenza francese. Anni in cui Versailles vide gli sfarzosi spettacoli dei primi decenni di regno lasciare spazio a generi più raccolti; compresi gli eterei piccoli Mottetti e la delicata musica da camera con cui François espresse con sensibilità massima, e talvolta con humor, una condizione di precarietà. Il messaggio veniva da un uomo riservato, schivo, goffo nelle relazioni sociali; un uomo allineato alla poetica pittorica di Antoine Watteau: come a suo tempo sottolineò Giovanni Macchia.

Fortemente radicata nella tradizione francese, la preziosa musica di Couperin nacque per un pubblico particolare. Un pubblico dotato di un gusto squisito, legato al decoro e al buon senso, secondo il metro estetico del barocco classicheggiante francese.

Un’arte intimistica, fatta di mezze tinte. Oggi ci fa rivivere gli umori, le mode e gli atteggiamenti del malinconico crepuscolo del “grand siècle”, e quel rifiuto dell’esteriorità che il maestro espresse nella frase emblema della sua poetica: «Confesso di essere più attratto da ciò che mi commuove piuttosto che da ciò che mi stupisce».

di Massimo Rolando Zegna

antica@belviveremedia.com

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