Dalle origini al trionfo: la classica in Corea secondo Kun Woo Paik

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Kun Woo Paik è uno dei principali pianisti coreani, uno dei primi ad imporsi sulla scena internazionale. Il pianista settantaduenne di Seoul fu un vero apripista: a lui si devono numerose prime esecuzioni coreane di grande repertorio pianistico e la creazione di un collegamento tra la nascente scuola coreana e la tradizione di pianisti come Rosina Lhevinne, Guido Agosti e Wilhelm Kempf. Paik, già membro della Giuria del Concorso Busoni insieme a Martha Argerich e Lilya Zilberstein nel 2011, è ospite quest’anno del Festival Busoni, che al pianismo coreano ha dedicato un approfondito focus tra 20 e 21 agosto.

Maestro Paik, partiamo dalle origini: com’è entrato in contatto con la musica classica? Com’era percepita da lei e dalla sua generazione?

Erano gli albori della musica classica in Corea, intorno al 1950. La nostra prima orchestra venne fondata tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Quello fu anche il periodo in cui lasciai la Corea, nel 1961. Non avevamo praticamente un Conservatorio, in tutta la Corea c’erano pochissimi insegnanti, molti dei quali arrivavano del Giappone, e proprio attraverso il Giappone abbiamo scoperto molto. Ma il modo in cui la musica classica si affermò realmente fu con la religione, con gli inni, con la musica sacra, con il pensiero occidentale. E così abbiamo cominciato a studiarla. Io fui uno dei primissimi a lasciare la Corea per studiare all’estero: diversi nella mia generazione hanno deciso di trasferirsi e di cominciare una carriera in Occidente dopo aver studiato in Europa e in America, ad esempio alla Juilliard a New York o al Curtis Institute di Philadelphia.

Sessant’anni fa non c’era praticamente nulla e ora la Corea è una delle nazioni centrali per la musica classica. Cos’è successo?

Molte grandi creazioni artistiche hanno a che fare con la guerra. Dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fu una grande ondata di creatività: nuovi compositori, pittori, scrittori che, semplicemente, comparirono. Sono convinto che questo abbia avuto un ruolo non indifferente, ma ha anche trovato un terreno fertile in Corea nel carattere dei suoi abitanti. Il temperamento dei coreani è estremamente fantasioso e artistico, soprattutto per quanto riguarda la musica!

Perché?

Sa, proprio per questo carattere umorale, espressivo ed espressivo siamo spesso paragonati agli italiani! Diversamente dai giapponesi parliamo forte, siamo espansivi, abbiamo una gestualità molto marcata. E come gli italiani per tradizione cantavano cucinando e svolgendo ogni faccenda, così è per noi. Persino leggendo lettere e giornali si usava cantare, anche improvvisando testi e melodie sul momento, così come si poteva anche assistere a intere conversazioni cantate o a persone che cantavano e ballavano per le strade. E sempre come in Italia, in cui negli anni ’60 potevo sentir cantare in giro, purtroppo anche in Corea questa tradizione si è un po’ persa.

In questi giorni a Bolzano si sta tenendo un Symposium dedicato al cosiddetto miracolo coreano. Molti concorsi internazionali, pianistici e non solo, hanno visto negli ultimi anni il trionfo di musicisti coreani. Cosa rende i giovani coreani così preparati?

C’è sicuramente del talento, musicale in primo luogo, che è molto diffuso nel nostro Stato. Questo va poi unito all’essere dei lavoratori indefessi e, ora, anche all’avere degli ottimi insegnanti coreani, che sono stati all’estero e poi sono tornati ad insegnare in Corea. Anzi, iniziano anche ad essere a loro volta invitati ad insegnare in importanti istituzioni in Occidente!

Si è formata quindi una sorta di scuola pianistica coreana?

È difficile dire se c’è davvero una scuola pianistica coreana, come c’erano quelle russa, francese, tedesca. Che, appunto, “c’erano”, mentre ora non sono più così definite. D’altro canto non mi piace molto pensare alle scuole, trovo che ti limitino. Credo sarebbe ben meglio suonare repertorio russo con lo stile russo, adottare la scuola francese per il repertorio francese e così via. Se vuoi essere un buon musicista devi avere tante scuole diverse, diversi stili, diversi suoni.

Parlando di buoni musicisti, ci troviamo ora a Bolzano per il Busoni, concorso in cui lei ha vinto la medaglia d’oro nel 1969, ma non il primo premio! Che accadde?

Già! È davvero una storia buffa. Mi diedero la medaglia d’oro, ma il premio poi è scomparso dalla competizione! Quell’anno, infatti, diedero oltre a primo, secondo e terzo premio anche medaglia d’oro e d’argento, una distinzione che poi è stata tolta. Io di fatto al Busoni partecipai e arrivai alle prove con orchestra, convinto che l’esibizione con orchestra fosse di fatto… una prova! E pensai che fosse davvero furbo, che la giuria volesse vedere come lavoravo con orchestra e direttore, come mettevo in piedi il Terzo Concerto di Beethoven. Quindi iniziammo a suonare, ma non ero soddisfatto di come l’orchestra stava realizzando alcuni passaggi. Nel mentre però la prova andava avanti e avanti, finché non mi sono fermato, mi sono alzato e sono andato dal direttore per chiedergli di ripetere un frammento. E questo, nervosissimo, ha iniziato a intimarmi “Suona, suona, suona!”. Perché non era una prova: erano le finali vere e proprie! La giuria si arrabbiò moltissimo, ma io ero davvero convinto che fosse solo una prova aperta! Dunque decisero di darmi la medaglia d’oro, al posto del primo premio, cosa che ha portato alcuni a pensare che io avessi vinto il concorso: ma di fatto il primo premio andò ad Ursula Oppens, che suonava subito dopo di me!

Parlando del concerto che eseguirà per il Festival, interamente dedicato a Chopin, com’è nato?

Chopin, come Beethoven, è un autore che suoni fin da quando sei giovanissimo e poi ti porti avanti per tutta la vita. Dopo aver inciso tutte le Sonate di Beethoven, mi sono quindi trovato a riprendere diversi brani di Chopin e ho percepito che c’era molto più di quanto vi avessi mai trovato. Forse ero cambiato io, ma questo mi ha portato a rileggere tutto Chopin, pensando a come aveva influenzato gli altri compositori, cercando di averne una visuale più ampia, che poi si è assottigliata un po’ alla volta, continuando a chiedersi come Chopin stesso avrebbe suonato la sua musica e che tipo di esecuzione avrebbe desiderato.

Ovviamente non ho idea di come Chopin avrebbe potuto suonare su uno Steinway D, ma ho provato a pensare nello stesso modo in cui avrebbe pensato lui. Cercando quel suono naturale, quel canto meraviglioso e mai forzato, osservando come usa la mano sinistra, come costruisce l’armonia, come gioca con gli armonici sul pianoforte, sono tornato indietro fino ai Nottuni, in cui sembra che risieda un segreto. Ho iniziato a lavorare su tutti i Notturni, uno dopo l’altro, e a pensare di inciderli integralmente. E per il concerto ho costruito questo programma interamente intorno a sei Notturni, tutti molto diversi tra di loro, mischiandoli all’Impromptu n. 2, alla Polonaise-Fantasie, che ritengo uno dei suoi migliori e più complessi lavori, a tre Valzer e alla Prima Ballata. Sono convinto che funzioni molto bene!

Foto © Jean Baptiste Millot

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