Cantare alla grande: suono e parola nella Nobel lecture di Bob Dylan

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«He sang great – sang in a more than a few voices». Non è certo comune che una “lectio magistralis” inizi citando Buddy Holly, e la sua voce in particolare, come una delle figure centrali per la propria formazione letteraria. È successo lo scorso 4 giugno, quando l’Accademia di Svezia ha reso pubblica la registrazione ricevuta da Bob Dylan, con la quale il musicista ha finalmente assolto al suo compito istituzionale e ufficializzato la sua posizione come premio Nobel 2017 per la letteratura.

Tra i numerosi commenti hanno animato e animeranno prevedibilmente le rubriche culturali e musicali di giornali e siti Internet, pochi hanno dato risalto alla particolare rilevanza questo premio ha assunto – nelle mani di un performer e songwriter – per il riferimento alla scrittura letteraria nel suo valore fonico, sonoro, prima ancora che linguaggio in grado di ancorare un segno al suo significato. Un repertorio di suoni che è anche una letteratura di dischi, come quello di Leadbelly che a detta di Dylan rappresentò la sua prima illuminazione musicale, attraendolo verso il campo della musica tradizionale o – come si diceva allora – folk. È quello il luogo in cui si è svolto il suo apprendistato, attraverso l’orecchio prima che attraverso l’occhio, acquisendo la capacità di memorizzare una canzone al primo o al secondo ascolto, di coglierne i principali dettagli per saperla immediatamente fare propria e riportarne alla luce un angolo nascosto, non ancora pienamente sfruttato dagli interpreti precedenti. Un passaggio diretto, inclusivo, tra pari, laddove la lettura di un testo e la sua contemplazione richiedono un rapporto di confronto con il testo che è sempre il risultato di una negoziazione complessa, frutto di un confronto mai ad armi pari, tra una voce autoriale assente e una ricezione affidata a un tempo differente.

Anche quando passa a prendere in esame quelli che definisce i testi letterari più importanti per il suo immaginario (Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale, L’Odissea), Dylan ne sottolinea la qualità di testi aperti alle più diverse interpretazioni. E non è qui importante la precisione della citazione – a proposito si veda la polemica sul presunto plagio dal sito di riassunti per studenti Spark Notes – , ma la qualità dei processi di tradizione: diversamente dalla letteratura, nelle arti performative conta l’idea, la realizzazione, il gesto, in cui si concentrano segni e significati senza che i primi siano più rilevanti dei secondi. Dylan non è uno scrittore, ma un autore di canzoni e un cantante che ha conservato la capacità di materializzare le diverse voci della parola, riuscendo con il proprio canto a tirare fuori dalle parole tutte le loro possibilità di descrivere uno spazio comune che deve essere riempito dalla reazione individuale che coinvolge suono e orecchio. Questo vuol dire, per lui, scrivere alla grande, e cantare con più voci.

(Le riflessioni per questo post sono nate da un piccolo contributo che ho scritto per il bimestrale BresciaMusica, una rivista che da mesi sta ospitando contributi di autorevoli studiosi e musicisti intorno al tema del Nobel a Dylan. Ringrazio Carlo Bianchi per avermi permesso di tornare sulla questione, e rimando tutti gli interessati alla rivista per approfondire i contorni di un dibattito che in pochi altri contesti ha raggiunto una maturità di simile livello).

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