Il Trionfo di Camilla: la recensione

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Il Trionfo di Camilla regina de’ Volsci è un’opera del 1696. Scritto da Silvio Stampiglia e messo in musica da Giovanni Bononcini, il dramma è andato in scena al Comunale di Modena

MODENA Bononcini Il Trionfo di Camilla

Una foto di scena da “Il Trionfo di Camilla”

Non è dieta di tutti i giorni e per tutti i palati, Il Trionfo di Camilla regina de’ Volsci. Creato a Napoli nel 1696, acclamato in tutt’Italia, il dramma di Silvio Stampiglia è musicato dal modenese Giovanni Bononcini. Fu cantato 111 volte a Londra tra il 1706 e il 1728.

All’ignoranza del capolavoro ha posto rimedio il XXI Festival musicale estense (“Grandezze e meraviglie 2018”). Le due recite settembrine, una nel palazzo Albergati di Zola Predosa e l’altra nel Comunale di Modena, si sono svolte a conclusione di un concorso di canto promosso dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

La trama

Sei personaggi nobili variamente angustiati da traversie belliche, dissidi dinastici e pene d’amore, più due personaggi subalterni che invece le paturnie le prendono allegramente sottogamba, si spartiscono una cinquantina di arie, con o senza daccapo, della durata media di due-tre minuti, su un vasto tessuto di recitativi. Sulla carta, il tedio sembra garantito. Sulla scena, la verve del poeta arcade e la mira infallibile di Bononcini intrecciano un gioco sentimentale ammaliante, un caleidoscopio di affetti via via teneri o veementi.

Gli interpreti

Michele Vannelli, direttore della cappella musicale di S. Petronio, sa dosare i palpiti e i respiri d’ogni frase in questa musica. Sotto di lui, i giovani cantanti; tra loro spiccano l’eroina eponima, Giulia Beatini, e i due spasimanti, Maria Dalia Albertini (Prenesto) e Clarissa Reali (Turno); si fanno notare i buffi, Nina Cuk e Bryan Sala. Gli interpreti non si sono risparmiati neanche un’appoggiatura. Assicurata così la perfetta pronuntiatio, non s’è persa una sillaba. E con bella disinvoltura hanno fiorito ogni daccapo con le variazioni d’ordinanza.

L’allestimento

Per meglio orientarsi nell’intricata matassa di conflitti lo spettatore avrebbe desiderato che uno scenografo alla Bibiena gli squadernasse davanti la dozzina di cambi di scena previsti nel libretto; un lusso che il Comunale di Modena – un po’ troppo vasto per voci ancora giovani e per l’esiguo organico strumentale – ha surrogato con poche suppellettili sceniche. Miracoli ha fatto in compenso Alberto Allegrezza, incentrando la regia su una gesticolazione stereotipata e però spiritosa e garbata; ha distillato il pathos di ogni aria, di volta in volta struggente o malizioso.

Giuseppina La Face

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