Argerich, Jansen e Maisky per l’Accademia di Santa Cecilia

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Uno degli eventi più attesi della stagione cameristica di Santa Cecilia è stato senza troppi dubbi il concerto di lunedì 12 febbraio, presso la Sala Santa Cecilia del Parco della Musica. Tappa italiana di un tour internazionale, il concerto ha visto esibirsi tre musicisti d’eccezione: Martha Argerich, Janine Jansen e Misha Maisky.

Non stupisce quindi il sold out registrato dalla data. Il concerto si è alternato tra duo e trio, con la Sonata op. 5 n. 2 di Beethoven per violoncello e pianoforte, il Trio n. 2 op. 67 di Shostakovich, la Sonata n. 1 op. 105 per violino e pianoforte di Schumann e il Trio n. 1 op. 49 di Mendelssohn.

Il programma era lungo e complesso sotto tanti punti di vista diversi, ma i musicisti hanno tenuto testa alle altissime aspettative, addirittura superandole nel Trio di Shostakovich. Fin dalla Sonata di Beethoven abbiamo potuto percepire l’affinità di lunga data che lega Misha Maisky e Martha Argerich, i quali, scaldatisi dopo la un po’ monotona introduzione, hanno travolto il pubblico fin dall’appassionato Allegro molto, concludendo con un pirotecnico Rondò, staccato ad un tempo difficilmente eseguibile da qualcuno che non siano i nostri due musicanti. Con l’usuale libertà che contraddistingue le esecuzioni di Masiky e Argerich, a questo Beethoven non è mancato nulla: pathos, leggerezza, brillantezza, ironia, spontanea naturalezza del canto e momenti di più cupa ponderosità.

Alla coppia si è unita la violinista olandese Janine Jansen, nel difficile ruolo ricoperto così spesso da Gidon Kremer e per di più confrontandosi con una delle storiche interpretazioni del trio: l’op. 67 di Shostakovich. Ebbene, non ho troppi dubbi ad affermare che Shostakovich sia stato il climax espressivo dell’intero concerto, grazie ad un’esecuzione che definire strabiliante non è eccessivo. Splendide le atmosfere ed i rapidi cambi cinematografici del primo movimento, nonostante i sempre difficili e sempre terribilmente scoperti armonici del violoncello in apertura. Trascinante l’Allegro non troppo, che nella sua frenetica e capricciosa danza è pure risultato a tratti persino troppo aggressivo.

Ma davvero sconvolgenti sono stati Largo e Allegretto. Fin dai pesanti, scuri e funebri accordi del pianoforte nel Largo, la sala gremita di pubblico si è ammutolita, rimanendo in gravosa contemplazione di quel tema che si dipana tra violino e violoncello, carico di una tesa malinconia che è stata resa con tale intensità dal trio da risultare opprimente anche al solo ricordo. La spettrale transizione all’Allegretto è un altro di quei momenti che rimangono impressi nella memoria dell’ascoltatore.

Il quarto movimento del Trio, infine, ha raggiunto picchi di tensione ed intensità tali da saturare l’aria della spaziosa Sala Santa Cecilia, in una carrellata di immagini tetre e grottesche e con un crescendo impressionante che dall’ossessiva ripetizione degli incisi alle poderose ottave di Martha Argerich fino alla turbinosa cadenza del pianoforte con la ripresa del tema dell’Andante sembrava non conoscere limiti in termini di tensione e monumentalità.

Dopo l’intervallo, prezioso per recuperare le energie ma non sufficiente per riprendersi del tutto, sono seguiti la Sonata di Schumann ed il Trio di Mendelssohn. La prima è stata occasione meravigliosa di apprezzare l’intenso senso cameristico evocato da Jansen e Argerich, le quali nell’Allegretto centrale hanno saputo creare atmosfere di mezze e tinte mezze dinamiche di uno splendido intimismo, con momenti di vera, sobria passionalità nel primo movimento e boschiva vivacità nel terzo. Meraviglioso anche il Trio di Mendelssohn, disinvolto sfoggio tecnico della pianista più che settantaseienne e appassionata, vivacissima e fiera danza dei tre interpreti.

Ma di Mendelssohn come di Schumann serberò caro soprattutto il tempo lento, quell’Andante con moto tranquillo, movimento di innocente bellezza e manifesto di una verità nel far musica così propria di questi tre grandi interpreti. Alle tonanti ovazioni del pubblico, i tre interpreti hanno concesso come bis lo splendido e melanconico Duetto dai Phantasiestücke op. 88 di Schumann.

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