Kavakos e Myung-Whun Chung per la Filarmonica della Scala

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È stato un concerto brahmsiano piuttosto movimentato quello che visto come protagonisti  Leonidas Kavakos e MyungWhun Chung, sul podio della Filarmonica della Scala, il 5 febbraio 2018.

Come riportato da vari quotidiani, il celebre virtuoso greco ha interrotto il bis ‒ l’intensa interpretazione del dolente Andante, dalla Sonata n. 2 di Bach ‒ in seguito all’improvviso malore accusato da uno dei professori d’orchestra che, prontamente soccorso sul palco scaligero, si è ripreso qualche minuto dopo.

Sarebbe ingiusto, però, ricordare una serata tanto speciale solo per questo triste episodio, fortunatamente risolto. Leonidas Kavakos, con il suo Stradivari “Willemotte” del 1734, aveva già riservato al suo pubblico, nella prima parte della concerto, una magnifica esecuzione dell’impervia op. 77, ovvero l’unico concerto per violino e orchestra (1878) del compositore di Amburgo, che riannoda l’estetica brahmsiana al modello formale beethoveniano, attraverso il re maggiore e la tripartizione. Dopo l’intimo e discorsivo tema d’apertura e il solenne sinfonismo che danno vita al grandioso sviluppo del primo movimento (Allegro non troppo), culminante nella celebre cadenza composta da Joseph Joachim, il primo interprete dell’opera sotto la guida dello stesso Brahms, Kavakos  ha affrontato la cantabilità di stampo italiano del secondo movimento (l’Adagio in fa maggiore) per poi approdare alle prodigiose evoluzioni virtuosistiche del celeberrimo finale (Allegro giocoso, ma non troppo vivace). In quest’ultimo movimento, un Rondò costruito sopra un tema “all’ungherese”, ha così ricreato con grande naturalezza e cura del dettaglio, senza mai tralasciare la resa musicale dell’insieme, quello straordinario effetto rapsodico, improvvisativo, di una scrittura violinistica in realtà annotata con precisione in partitura.

Nella seconda parte del concerto, la Filarmonica scaligera ha eseguito, come da programma, quell’op. 73, sempre in re maggiore e di poco precedente il Concerto per violino, che lo stesso compositore considerava come una «piccola sinfonia gaia e innocente». La direzione di un importante interprete brahmsiamo come Myung-Whun Chung ha fatto emergere la grazia tutta “viennese”, nonché la forza dei contrasti e quell’inquietudine, quasi decadente,  che caratterizzano la Sinfonia n. 2. Dalla ricchezza tematica del primo movimento (Allegro non troppo), con i suoi richiami alla celeberrima Ninna nanna brahmsiana (Wiegenlied op. 49 n. 4), al canto «tenero, malinconico, sottilmente doloroso» (Rostand) del secondo, dal mendelssohniano Allegretto grazioso (Quasi andantino) all’Allegro con spirito finale, sono emerse nella loro profondità l’invenzione melodica ed espressiva che permea la straordinaria unità formale, ovvero le cifre stilistiche di uno dei grandi esponenti della musica tedesca del secondo Ottocento.

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