Da Vivaldi a Rossini: il Milano Saxophone Quartet a Palazzo Marino

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Quattro sassofoni non sono una formazione che gode di grande popolarità e qualche dubbio che esista un repertorio originale per questi quattro strumenti nel mondo della musica classica è più che legittimo. In effetti al momento si conoscono solo trascrizioni di opere esistenti. Ma questo non scoraggia i nostri quattro moschettieri che, imbracciati i loro strumenti,  suonano indifferentemente il contemporaneo, il classico, il romantico e il barocco, inoltrandosi fino alla musica rinascimentale (Monteverdi, Gabrieli, Frescobaldi) un mondo lontanissimo da quello in cui siamo abituati a collocare uno strumento inventato quasi a metà dell’800 da Adolph Sax.

Fatto sta che il sassofono dopo aver conquistato con facilità il mondo del jazz ha fatto capolino timidamente in quello della classica, dove per contarne la presenza possono bastare le dita delle mani. Ma è proprio grazie al jazz e alle frequentazioni di quel mondo che il sassofono è entrato nelle orchestre classiche, soprattutto per merito dei compositori francesi: Bizet, Ravel, Debussy.

Ora, dopo aver sentito in concerto il Milano Saxophone Quartet, in molti si sono domandati: perché lo strumento sia stato quasi sempre ignorato nell’ambiente classico. Scorrendo il programma di oggi vediamo che se ne sono occupati in tempi diversi anche compositori contemporanei dell’area classica: dalla versione orchestrale di Vivaldiana di Malipiero, il compositore Leonardo Schiavo ha ricavato la trascrizione per quartetto di sassofoni eseguita oggi, mentre di Sciarrino sono le Sonate di Scarlatti per questo ensemble. Il concerto inserito, con sottile intuito, nell’ambito del ciclo Palazzo Marino in Musica ha subito messo a proprio agio la folta e incuriosita platea che ha ritrovato sulle note della Toccata iniziale dell’Orfeo, il capolavoro di Monteverdi, o nelle Sonate di Scarlatti tutti i colori e le atmosfere della musica che viene da lontano (Monteverdi nasceva a Cremona 450 anni or sono e non a caso questo ciclo si chiama “Il divo Claudio”).

Dopo tutto nessuno aveva dubbi circa la legittimità di un’operazione che fondeva l’antico delle note scritte con la modernità delle sonorità strumentali, e se qualcuno avesse voluto accampare dubbi possiamo essere sicuri che non sarebbero stati gli autori, avvezzi com’erano fin dai tempi più remoti a non preoccuparsi degli strumenti, ma di quello che scrivevano. Ed ecco dunque Vivaldi, Scarlatti, Frescobaldi, Monteverdi salire sul palco e regalarci note su note di bella musica e infine chiamare in causa in una carrellata senza soluzione di continuità (oggi si direbbe medley) il grande Rossini (in un bis che ha definitivamente convinto il pubblico sulla legittimità dell’operazione e sulla bravura degli interpreti). Ma quello che più ha sorpreso è che, alla qualità dell’esecuzione, si aggiungeva il fatto che buona parte di questo repertorio era eseguito a memoria, un non piccolo punto di merito in più per i quattro sassofonisti: Damiano Grandesso, soprano, Stefano Papa, contralto, Massimo Girardi, tenore, Livia Ferrara, baritono.

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