Lezioni di Suono: intervista a Nicola Sani

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Compositore in residence dell’Orchestra di Padova e del Veneto per la stagione 2018/19, Nicola Sani sarà protagonista del progetto Lezioni di suono, che da ormai quattro anni porta importanti compositori italiani sul palco della Sala dei Giganti per parlare di musica e contemporaneità. Per l’orchestra Nicola Sani ha anche composto Tempestate, commissione OPV che verrà eseguita in prima assoluta il 28 febbraio 2019.

Maestro Sani, anche in virtù del suo percorso sia artistico che organizzativo, di cosa ritiene che avrebbe bisogno la musica contemporanea in Italia, oggi?

Innanzitutto trovo che questo dell’OPV sia un progetto molto meritevole, in un paese come il nostro in cui c’è poco spazio per la musica di oggi. Uno dei problemi dell’Italia è proprio la difficoltà per un’intera generazione di compositori, e forse anche più di una, di accedere alle strutture per realizzare opere di musica contemporanea. E in particolare alle orchestre. Per questo l’OPV è doppiamente meritevole: non soltanto perché si apre al contemporaneo, ma anche perché sostiene quello italiano. Non è un discorso di campanile, aprirsi alla musica contemporanea è importante e oggi il caso Italia è quasi paradossale. Abbiamo compositori che sono tra i più apprezzati al mondo, ma che in Italia non trovano occasioni. E il problema non è che non siano eseguiti perché non piacciano o perché si preferiscano compositori di altri paesi, ma perché nelle istituzioni manca completamente la cognizione, la consapevolezza che al contemporaneo bisogna dare il giusto spazio. E questo è incredibile se pensiamo alla quantità di strutture per la produzione musicale, pubbliche e private, che ci sono in Italia. Per quanto riguarda ciò che è a carico del settore pubblico sembra quasi che ci sia l’impossibilità che vi abiti sistematicamente la musica del nostro tempo, così come accade invece in Europa e ormai in tutto il mondo. L’Orchestra di Padova e del Veneto su questo va in controtendenza, e devo davvero ringraziare la lungimiranza del suo Direttore artistico e musicale Marco Angius. Questa difficoltà di accesso alle strutture crea poi una problematica espressiva legata all’orchestra. Se osserviamo, la maggior parte della musica contemporanea italiana si esprime soprattutto attraverso piccoli organici. Ora, per carità, la musica da camera è meravigliosa, ma che i compositori si debbano necessariamente orientare soltanto sulle formazioni cameristiche perché non è possibile trovare opportunità presso le istituzioni orchestrali, è semplicemente paradossale. Bisogna tenere in mente che un’istituzione orchestrale è uno straordinario mezzo di “produzione”, termine che nel nostro paese si usa in maniera per lo più inappropriata, spesso come sinonimo di “esecuzione”. Ma una cosa è eseguire ciò che già esiste, un’altra è produrre ciò che prima non c’era e aprire spazi per la creazione. Bisognerebbe rendere esperienze come questa dell’OPV sempre più un sistema, far sì che possano creare una vera rete nel nostro Paese.

Come si inserisce in questo panorama il lavoro delle Lezioni di suono?

Lezioni di suono è la dimostrazione che la creazione di oggi non è una cosa a sé, ma è profondamente radicata nel percorso storico musicale. A me piace molto ricordare una frase di John Cage: «In landscape there are no inherent contradictions», ossia nel paesaggio non ci sono contraddizioni interne. Se spostiamo questa frase su quel grandissimo e straordinario paesaggio che è la storia della musica, vediamo che essa è fatta di conseguenze, non di contraddizioni: da una traiettoria se n’è sviluppata un’altra. Capire tutte le connessioni che ci sono tra la contemporaneità e la musica anche del lontano passato è molto importante, in quanto, ad esempio, oggi ci troviamo in un’epoca in cui sono assenti vincoli strutturali nella scrittura e la dissoluzione del sistema temperato è alle nostre spalle ormai da tempo. Questo ci rende in qualche modo più vicini all’epoca pre-bachiana! Se ascoltiamo le polifonie cinquecentesche dei Gabrieli, pensate per l’organo di San Marco a Venezia, notiamo come suonino per noi estremamente moderne, quasi contemporanee. Se entriamo nella dimensione del Settecento e del Romanticismo, anche lì troviamo messaggi e collegamenti con il presente che sono straordinari. Pensiamo alla modernità di Schumann, magari del tardo Schumann, pensiamo all’attualità di Brahms, a quanto abbia aperto ai nuovi linguaggi, alle musiche delle tradizioni popolari che con lui facevano irruzione nei salotti della borghesia mitteleuropea. Questo ponte tra epoche e autori sarà uno dei punti focali di Lezioni di suono. Credo che la scelta che abbiamo fatto con Marco Angius di unire tre miei lavori per orchestra in prima esecuzione italiana ai Drei Stücke D946 e D625 di Schubert, orchestrati da Richard Dünser, e ai Lieder eines fahrenden Gesellen di Mahler, orchestrati da Schönberg, sia molto appropriata. In Schubert c’è tutta la consapevolezza dell’inizio di un viaggio dentro se stessi, in cui l’uomo diventa eco della natura, quasi una sorta di poeta della natura, il cui viaggio, la cui erranza significa spaesamento e necessità di non essere in nessun luogo, con un’indomita volontà di utopia. Mentre l’erranza di Mahler è il capire, l’avere chiara dentro di sé la dissoluzione di un mondo che non esiste più, quindi la necessità e il tentativo di ricostruire un dialogo, che però si compone di frammenti. Passare da questi due compositori a Giacinto Scelsi, che è colui che esplora, che indaga la materia sonora dopo che il suono si è completamente dissolto, mi sembra un percorso assolutamente coerente.

Schubert, Mahler, Scelsi e poi Sani: lei sarà presente non solo con le prime italiane delle Lezioni di suono, ma anche con una sua prima assoluta commissionata dall’OPV e che si avvarrà della collaborazione del Centro di Sonologia Computazionale. Di cosa si tratterà?

Sì, e con questa commissione si riconferma l’importanza di questo progetto dell’OPV! Ho intitolato la mia composizione Tempestate, per due ragioni: la prima è perché sono stato molto stimolato da Tempi e Tempeste, il titolo della stagione dell’OPV di quest’anno; la seconda è perché trovo che questo aggettivo, tra i suoi vari significati, possa portare con sé l’inquietudine di una necessità di ricerca. Tempestate è quasi un invito ad agire, a rompere forme precostituite, è una sorta di irruzione e di devastazione di un contesto sonoro, un atto di ribellione che non avviene necessariamente per contrasti violenti, ma che penetra e frantuma qualsiasi vincolo. Il primo vincolo che si infrange è quello dello spazio: Tempestate è un progetto per orchestra e live electronics, dove lo spazio ha un ruolo fondamentale e si avvale del motion capture, tecnologia usata prevalentemente in ambito cinematografico e che viene portata in una dimensione di esplorazione del suono. Ci sarà dunque un’OPV che vedremo davanti a noi e una che, grazie alla magia oggi consentita dalle tecnologie, avvolgerà gli spettatori senza che questo venga quasi notato. Il rapporto tra musica e tecnologia per me è molto importante ed è tra l’altro una grande opportunità essere a Padova, perché proprio a Padova si trova uno dei centri più importanti in questo ambito. Mi riferisco allo “storico” Centro di Sonologia Computazionale dell’Università di Padova, dove Alvise Vidolin, figura di riferimento assoluto sul piano internazionale per la regia del suono e il live electronics, è riuscito ancora a dare a questa prestigiosa istituzione un presente ed un futuro, collegandosi al Conservatorio Pollini con il progetto SaMPL e con musicisti e figure importanti come Nicola Bernardini e Aldo Orvieto. Si è così creata una vera e propria koinè di innovazione, che il rapporto con l’Orchestra di Padova e del Veneto può significativamente valorizzare. Posso dire di essere anche molto orgoglioso di aver messo in dialogo queste realtà con il mio Tempestate, che si avvarrà della coproduzione di SaMPL e del CSC, che cureranno e realizzeranno tutta la parte di live electronics!

Tempestate sarà inserito in un concerto interamente dedicato ad autori italiani che vedrà anche l’esecuzione delle Romanze di Verdi trascritte da Berio. Lei con Verdi ha una certa esperienza ed è recente la conclusione del suo mandato come Presidente dell’Istituto di Studi Verdiani. Qual è il bilancio di questo suo percorso?

Quella con l’Istituto di Studi Verdiani è stata una bellissima esperienza che mi ha coinvolto molto profondamente per i quattro anni del mio mandato, mandato che si è concluso proprio alla fine del 2018. Ho avuto modo di dare un contributo determinante al rilancio di un istituto di grandissima importanza, dotandolo di nuovi strumenti, nuove strutture e soprattutto di una sede all’altezza della sua fama, all’interno della Casa della Musica di Parma, grazie al positivo rapporto instauratosi con il Comune e con l’Università di Parma. Importantissimo è stato anche l’essere riusciti ad ottenere dal MIBAC l’Edizione nazionale dei carteggi e dei documenti verdiani, cosa mai successa nella storia dell’Istituto, nonché realizzare alcune operazioni di massima importanza, prima fra tutte la messa a disposizione per tutto il mondo della ricerca e della musicologia dei famosi manoscritti verdiani custoditi a Villa Verdi e praticamente inaccessibili all’utenza. Questo riguardo l’aspetto organizzativo-gestionale della mia presidenza, ma ho voluto anche indagare il rapporto di Verdi con il mondo contemporaneo, cercando occasioni di incontro e di dialogo grazie anche alla collaborazione con due figure molto importanti come il Direttore scientifico dell’Istituto, Alessandra Carlotta Pellegrini, e il Direttore di “Studi Verdiani”, la rivista-annuario dell’Istituto, Sandro Cappelletto, con i quali abbiamo letteralmente trasportato il dibattito verdiano in un contesto di attualità, sia per quanto riguarda la messa in scena delle opere di Verdi, sia per quanto riguarda i contenuti delle nuove composizioni. Abbiamo così dato vita a due progetti molto importanti: uno è stato “Verdi and the Performing Arts”, progetto che si è sviluppato nell’arco di un triennio con esiti molto interessanti, come un convegno in cui è stato esplorato il rapporto di Verdi con i nuovi media, tra cui tutto il mondo di YouTube, dell’animazione e dell’audiovisivo indipendente. L’altro è la tribuna aperta da Sandro Cappelletto su “Studi Verdiani” con molti interventi che collegano i compositori di oggi al testo e alle strutture di Verdi. Abbiamo così scoperto che Verdi è, per molti autori di oggi, assolutamente attuale e un riferimento imprescindibile.

A cosa è dovuta la scelta di non rinnovare l’incarico?

Semplicemente al moltiplicarsi degli impegni! Per quanto riguarda quelli organizzativi con la direzione artistica dell’Accademia Chigiana di Siena è arrivato un incarico che mi appassiona moltissimo e che per me è l’occasione di mettere completamente a frutto soluzioni innovative, nonché il mio desiderio di sostenere i giovani. E non c’è struttura migliore della Chigiana per questo scopo. L’altro aspetto è quello personale e compositivo. La composizione è una parte importantissima della mia esperienza creativa. Per diversi anni, con la direzione artistica dell’Opera di Roma prima, con la direzione artistica e la Sovrintendenza del Comunale di Bologna poi e con la presidenza dell’Istituto di Studi Verdiani nello stesso periodo, questo aspetto è stato fortemente limitato. Non ho mai smesso di comporre, ma il tempo a disposizione era oggettivamente meno, mentre oggi penso che sia arrivato il momento di mettere a frutto molte idee, nuovi progetti sedimentatisi in questi anni e che hanno nel rapporto con la ricerca e con lo sviluppo tecnologico un imprescindibile punto di riferimento. Come dimostra Tempestate!

Questo duplice ruolo di compositore e organizzatore la vede in buona compagnia: non sono pochi i compositori che oggi si dedicano all’organizzazione e alla direzione artistica.

È vero, ma non credo che la direzione artistica oggi sia sempre vissuta nel reale significato del termine. Non sto parlando dei miei colleghi compositori, ma in generale della figura del direttore artistico in Italia. In Europa la figura del direttore artistico è quella di un manager, che in alcuni casi è anche un artista, che gestisce le strategie culturali dell’istituzione e definisce i piani di produzione e di programmazione, processi che sono spesso estremamente innovativi, con una dinamica molto chiara nel rapporto con il presente. Sia per quanto riguarda la nuova creazione musicale, che le nuove modalità di rappresentazione e messa in scena. Questa chiarezza da noi quasi non esiste, salvo alcune rare eccezioni, in quanto normalmente la figura del direttore artistico è vista in un’ottica molto riduttiva. Inoltre, nella maggior parte dei casi, l’essere artisti non trova un corrispettivo nelle scelte di direzione artistica. Il fatto che ci siano dei compositori alla guida di importanti istituzioni alla fine non crea un tessuto realmente incisivo per quanto riguarda la creatività di oggi, il che è sorprendente. Sembra quasi che ci sia un certo approccio rinunciatario in partenza, forse dovuto alla presenza di vincoli che per molti è difficile abbattere, o che si dia per scontato che è impossibile abbatterli, o quanto meno forzarli. Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di dare ai miei incarichi di direzione artistica un senso fortemente allineato con quello che questo termine significa in tutto il contesto internazionale. E penso che al Teatro Comunale di Bologna ne abbiamo data adeguata dimostrazione!

Foto di copertina Ph. Hughes Roussell

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