Tradurre antico e moderno: la Chigiana omaggia Salvatore Sciarrino

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Se è vero che tradurre significa innanzitutto portare qualcosa oltre i limiti di un contesto dato o del già noto, il concerto in onore dei settant’anni di Salvatore Sciarrino che si è tenuto il 18 luglio scorso nel salone di Palazzo Chigi Saracini di Siena ha saputo celebrare al meglio il senso più profondo di questo termine.

Complice una compagine di interpreti d’eccezione che negli anni ha stretto uno stabile sodalizio col maestro (Matteo Cesari al flauto e il Quartetto Prometeo, affiancati per un brano dal clarinetto basso di Yoshua Fortunato), questo omaggio posto al cuore di un Chigiana International Festival in cui, di evento in evento, si dirama un interessante percorso trasversale nel vasto catalogo di Sciarrino è riuscito a illuminare di luce nuova i brani proposti, evidenziando tanto le lunghissime radici storiche del linguaggio sciarriniano, quanto l’estrema modernità di due sue amate frequentazioni di lungo corso: Scarlatti e Ravel.

Nelle trascrizioni per quartetto d’archi delle sonate K. 513, 531 e 262 di Scarlatti proposte in apertura di serata e tratte da L’esercizio della stravaganza. Studi per quartetto d’archi da Domenico Scarlatti infatti, l’idea stessa di trascrizione viene superata per volgersi piuttosto verso un’accorta pratica di traduzione, di meditata interpretazione, volta a far emergere dalle più nascoste pieghe stilistiche del discorso musicale le promesse di linguaggi ed estetiche ancora di là da venire. È così che, dall’aura preclassica dell’attacco della sonata K. 513 che trascolora impercettibilmente nelle movenze popolaresche degli altri spunti tematici fino alla vertiginosa divaricazione di registro delle codette, passando per  l’ariosa scrittura della K. 531 e il continuo cangiare di accenti della K. 262, l’esuberante dettato scarlattiano si fa teatro della storia musicale occidentale con le sue utopie e le sue inquietudini, conducendo così l’ascoltatore in una stupefacente wunderkammer dell’invenzione che la resa del Quartetto Prometeo, dedicatario dell’opera, ha saputo perfettamente porre in luce.

Con la multiforme vocalità del Quartetto n. 7, si entra poi nel cuore dell’arte sciarriniana più recente attraverso un lavoro di natura quasi programmatica nel suo presentarsi come trasposizione – ma vorremmo dire ancora una volta traduzione – strumentale di una personalissima ricerca sulla voce durata oltre dieci anni. L’equilibrato dialogare dei quattro strumenti che la tradizione viennese ci ha consegnato si trasforma infatti in un richiamarsi e rispondersi poliedrico ed instabile: la perdita dei punti di riferimento e l’ambiguità di emissione (è una voce con eco o un più voci che si sovrappongono?) diventano i protagonisti di un discorso profondamente segnato da un’ossessività circolare a tratti vertiginosa, capace di aprire di quando in quando improvvisi squarci su spazi acustici altri di inquietante profondità.

Ed è ancora questa stessa dialettica ambigua e mutevole, sebbene sotto forme diverse, a percorrere le pieghe del successivo Omaggio a Burri, lavoro degli anni Novanta posto a chiusura della prima parte del concerto e in cui Sciarrino tenta una sua raffinata traduzione sonora della materia essenziale e corrosa dell’artista umbro. All’orizzonte evanescente e sfocato dell’inizio, su cui allignano i puntiformi interventi dei legni, si contrappongono l’implacabile ticchettio di orologi lontani e ombre di melodie rimaste a vibrare nell’aria che si propagano fra i tre strumenti (gli eccezionali Matteo Cesari al flauto in sol, Aldo Campagnari del Quartetto Prometeo al violino e Yoshua Fortunato al clarinetto basso), eventi sonori che fendono il tempo ponendone in luce l’assoluta relatività.

L’elegantissima interpretazione del Quartetto in fa maggiore di Ravel offerta dal Quartetto Prometeo ha poi chiuso in grande la serata, facendo emergere la natura di reductio dell’orchestra al microcosmo del quartetto di un’importante e fresca opera giovanile che mostra già di contenere in nuce tutte le principali inquietudini della musica del secolo a seguire. Di movimento in movimento, l’esattezza degli equilibri e delle scelte timbriche messi in atto dal Prometeo ha saputo creare momenti di autentica magia sonora e svelare paesaggi sonori stupefacentemente attuali.

Applausi meritatissimi prima e dopo il bis – ancora una trascrizione sciarriniana da L’esercizio della stravaganza, ma per flauto basso e quartetto, in prima esecuzione assoluta – per un concerto dalla programmazione arguta e intelligente che ci piacerebbe vedere più spesso in altre istituzioni musicali italiane.

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