Sold out a Udine per l’omaggio alla Russia di Vadim Repin

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«È importante capire che tra il pubblico c’è sempre qualcuno che ascolta per la prima volta il brano che stai suonando». Così Vadim Repin al termine di un concerto memorabile in un Teatro Nuovo Giovanni da Udine tutto esaurito. Si parlava del significato d’interpretare e del nuovo pubblico per la così detta “musica classica”. «Devi sempre essere in connessione con lo spartito e non tralasciare mai quelle tracce che lo stesso spartito ti invita a seguire. Scoperto il segreto, il resto viene da sé. Al pubblico arriva. Il fondamento sta nell’esercizio». Me lo ha detto in camerino, nell’intervallo, poco dopo un’impeccabile e personalissima esecuzione del Concerto per violino e orchestra n. 2 in sol minore di Prokof’ev. «Uno dei miei concerti preferiti, in assoluto». Con lui e come lui, un’orchestra russa dal carattere inequivocabile: la Philharmonic Novosibirsk Orchestra. A dirigere il lituano Gintaras Rinkevičius, pura classe ed energia, una bacchetta di spirito per un programma interamente russo.

Apre il Capriccio Spagnolo op. 34 di Nikolaj Rimskij-Korsakov, una tavolozza brillante di effetti timbrici per grande orchestra su temi e ritmi la cui verve, incalzata da momenti solistici di grande suggestione, tra atmosfere ora tzigane e ora spagnole, si snoda in cinque movimenti dall’andamento piuttosto carico e vivace. Vivo e strepitoso, nelle Alborade del primo e del terzo tempo, Andante con moto, Allegretto, Fandango asturiano, in una panoramica folklorica esotica e ammiccante. La perizia del direttore a marcarne le vive dinamiche ed i giochi tra le sezioni orchestrali, assecondato dalla prontezza d’intenti dei maestri, ne han fatto un’ouverture gioiosa ed efficace.

Poi arriva il momento di Vadim Repin che racconto attraverso l’intervista che mi ha rilasciato poco dopo la sua prova. «Un caleidoscopio del mondo. Tantissime idee presentate tutte in modo diverso. È tipico di Prokof’ev e in questo concerto c’è tutta la cultura europea ed extra-europea coltivata, assorbita e ricreata da un genio del suo livello. Dal grottesco al paradisiaco, è questa la gamma enorme delle situazioni e delle emozioni racchiuse in questo capolavoro. Poi il secondo movimento, l’Andante assai, è per me uno dei più belli della musica del ventesimo secolo». Gli chiedo del feeling con l’orchestra. «Necessario, altrimenti tutto crolla. Ho bisogno di sentire ogni sezione, ogni singolo musicista. Non solo sentirlo fisicamente, ma spiritualmente. Entrare insieme con lui, con tutti e in armonia assoluta col direttore, nel profondo di ogni nota, ogni battuta, ogni frase, ogni movimento. Oggi è stato fantastico, un dialogo costante che secondo me ha funzionato». Difatti il pubblico non smetteva di applaudire, una volta uscito dal sogno, ed i bravo e le ovazioni uscivano schiette, ripetute, sincere. Inutile aggiungere altro, se non lo spiritoso bis che ha concesso all’ennesima entrata ed uscita dal palco: Il Carnevale di Venezia nelle variazioni di Paganini. Credo che come lui, oggi, nessuno lo sappia suonare. Assoluto.

In camerino non perdo l’occasione per chiedergli com’è possibile per lui avvicinare i giovanissimi alla musica classica. «Un argomento importantissimo. In Russia ho fondato quattro anni fa il Trans-Siberian Art Festival che dirigo tutt’ora, dove faccio partecipare i giovanissimi, in prima persona e con le famiglie, alla realizzazione di tutto ciò che riguarda la rassegna. Dalla partecipazione ai concerti alla logistica, al marketing, alla comunicazione, con spazi e programmi ricreati appositamente per loro. Una festa, dovessi vedere con quale passione si dedicano ad ogni cosa e con quale gusto scoprono sempre musica nuova, anche se ha centinaia di primavere alle spalle. Questo funziona. Sono tante poi le cose che si potrebbero fare e qualcosa di significativo in questo senso si sta muovendo». Cosa consiglieresti ad un giovane violinista all’inizio di carriera? «Pratica. Pratica e pratica. È la prima cosa. Poi viaggiare, conoscere altri luoghi, altri musicisti, lavorare insieme, fare pratica insieme. Se fai questo – sempre – e vali, il resto viene da sé. Devi comunque distinguerti». Disponibilissimo, e quel violino appoggiato sulla custodia aperta sopra la poltrona del suo camerino, è uno Stradivari Rode del 1743. Come ha vibrato non è dato di dire.

Emozionato, ritorno in platea per la seconda parte di concerto e la grande squadra sfodera due perle di Čajkovskij dai caratteri opposti: la fantasia sinfonica Francesca da Rimini e la Suite da La bella addormentata. Impera il carattere di una direzione animata e a tratti ripetuti impetuosa, sferzante, negli andirivieni di una seduzione sonora che ammicca, provoca e distende. Un’orchestra assodata, granitica pur voluttuosa, carica di adrenalina e pathos fino alle battute finali. Un concerto da favola. Una festa, un inno alla vita.

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