Nadine Sierra: la mia West Side Story

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Prima il cuore, poi la ragione: è il motto di Nadine Sierra, soprano statunitense di origini portoricane. Il suo debutto in disco è nel segno di Bernstein e Villa Lobos, ma a folgorarla sulla via del canto è stata La bohème

nadine sierra

Perché dovete vivere sempre come se ci fosse la guerra, perché uccidete?. Innamorato di Maria, Tony si rivolge così agli amici del branco, nella New York degli anni ’50 così attuale. È la gang di ragazzi bianchi, i Jets, contrapposti alla gang di immigrati portoricani, gli Sharks. West Side Story è ambientata nella Upper West Side, a due passi dal Dakota, il palazzo affacciato sul Central Park in cui vivevano Leonard Bernstein e John Lennon. Nelle loro creazioni raccontavano mondi idealisti. Se Imagine divenne un inno del pacifismo, West Side Story incoraggia un cambio di passo nella mente umana. Adesso riponiamo lo zoom; e da quell’epoca lontana che nel 1962 portò dieci Oscar al film di Robert Wise, arriviamo a Nadine Sierra.

Trent’anni e un grande talento, a Roma, diretta da Antonio Pappano, ha appena partecipato all’inaugurazione della stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia. Inaugurazione anomala, nel segno di Broadway, piena di fascino e glamour. Nadine ha cantato Maria per la prima volta nella sua vita.

«Il mio sangue è per un quarto portoricano», racconta il soprano americano.
«Per me è stato un avvenimento incredibile, carico di significati. Io sono figlia e nipote di immigrati in America».

West Side Story, un messaggio per l’America di Trump

C’è una scena di West Side Story in cui il poliziotto, sperando in una soffiata sul luogo in cui avverrà lo scontro notturno tra bande, confida alla gang di ragazzi bianchi: «Se ripulite il quartiere mi fate un piacere».

Nadine Sierra ha vissuto sulla propria pelle l’intolleranza.
«In una palestra di New York una donna mi ha chiamato Consuelo; è un nome latino-americano ma lei l’ha usato in modo dispregiativo, per deridere le mie origini. Mi venne vicina e mi chiese con insistenza di utilizzare un attrezzo che stavo usando io. Così, indispettita, mi chiamò Consuelo. La gente che ha questo tipo di espressioni e pensieri viene incoraggiata dal linguaggio aggressivo di certi media e politici. Era il periodo delle elezioni presidenziali».
West Side Story nell’America di Donald Trump, il presidente che costruisce i muri e divide le comunità.

«Il messaggio di quest’opera (io la chiamo così, Leonard Bernstein la pensò come un’opera, non come un musical) è l’integrazione e la tolleranza; va in direzione contraria a quello che si respira oggi negli Stati Uniti. Sono fiera di aver fatto parte di questo evento. Tutti noi, anche il signor Trump, dovremmo imparare dalle differenze dell’umanità».

Nadine Sierra si racconta

«Sono nata a Fort Lauderdale, in Florida. Mio padre ha fatto il pompiere per più di trent’anni, mia madre lavorava in banca. Da bambina mi sono avvicinata a diversi generi musicali, prima della lirica ci fu il musical.

Ho scoperto l’opera il giorno in cui mamma noleggiò in biblioteca un vhs de La bohème; era la celebre produzione di Franco Zeffirelli con Josè Carreras e Teresa Stratas. Il realismo di quell’interpretazione e la musica furono uno choc. Non lo riportammo mai indietro quel vhs. Ai miei genitori piaceva la musica. Passavano il tempo a litigare; la musica mi diede quella pace che in famiglia non si respirava e di cui avevo disperatamente bisogno. Mia nonna materna, che è portoghese, aveva una bella voce; voleva diventare cantante d’opera, ma non ebbe la possibilità di realizzare i suoi sogni.

Avevo 6 anni quando mia madre si accorse che la mia vocina non era male. Cominciai a prendere lezioni, anche di pianoforte. Lei non voleva che in famiglia si rivivesse una storia di rimpianti. Crescendo, ho sentito un’energia che mi bruciava dentro; era come se stessi cercando giustizia per conto di mia nonna. Cantare è il mio modo di ringraziare una persona che ha significato molto per me».

I modelli italiani

Le sue radici multietniche le ha riversate nell’esordio discografico con Deutsche Grammophon: There’s a Place For Us.

«Canto in inglese, spagnolo e portoghese. Purtroppo non nella vostra bella lingua, ma mi rifarò. Il primo gennaio sarò al Teatro La Fenice per il Concerto di Capodanno. Ho anche sangue italiano, lo era mia nonna paterna. Questo forse spiega la mia attrazione per il vostro repertorio, di cui mi proclamo vocalmente schiava!

Il mio debutto europeo avvenne al San Carlo di Napoli. Fu la prima volta che cantai con Dmitri Hvorostovsky nel Rigoletto, titolo che poi ripresi nel 2016 con Leo Nucci alla Scala, dove sicuramente tornerò in futuro. Gilda è il mio personaggio preferito, debuttai in quel ruolo a 23 anni in Florida. Ero così elettrizzata che lo imparai in una settimana. Una delle persone e delle artiste che ammiro di più è Mirella Freni; ma non potrò vivere le sue esperienze e avere la stessa carriera. L’obiettivo è di espandere i miei orizzonti».

Il primo disco di Nadine Sierra

Come ha costruito il suo esordio discografico per l’etichetta gialla? «Comincio a rispondere dicendo quello che non volevo. Non volevo fare il solito disco del giovane soprano di bell’aspetto che seleziona una dozzina di arie tra le più celebri in repertorio, mettendo in copertina una bella foto. Cercavo qualcosa di diverso, qualcosa con cui la gente potesse relazionarsi; un progetto che avesse un sapore inclusivo.

Sono stati dieci fantastici giorni, un’esperienza terapeutica, mi ha indotto a pensare a ciò di cui abbiamo bisogno per cambiare le cose. Devo confessarvi che forse il motivo principale per cui ho fatto questo cd è stato proprio l’episodio della palestra che raccontavo prima.

I brani

Ho inserito Somewhere, da West Side Story, in cui Maria e Tony, i due protagonisti, sognano di andare in qualche posto, lontano dalle tensioni sociali; dove non è importante da dove vieni, il colore della tua pelle, il background. Il titolo dell’album è un verso di Somewhere. Volevo dare un messaggio positivo, di speranza, c’è sempre un posto per ogni essere umano.

Un altro brano è Stars, dal ciclo Only Heaven che Ricky Ian Gordon scrisse nel 1997 è in linea con la musica di Bernstein, che sconfinò tra lirica, musical, musica teatrale e folk».

Poi c’è il testo di Julia de Burgos, poetessa portoricana: «Sì, lo scrisse per Songfest di Bernstein. E ho scelto tre pezzi di Villa-Lobos, due dei quali composti per il film Green Mansions ambientato nella foresta amazzonica».

In ricordo di Bernstein

Di Leonard Bernstein troviamo altri due brani, Glitter and be Gay da Candide e Take Care of This House che… «Che nel 1976 fece parte di un tremendo flop a Broadway, in 1600 Pennsylvania Avenue, ma la musica è sopravvissuta in altre forme».

Quella bruciante sconfitta (il musical ebbe appena sette recite) riporta al grande cruccio di Bernstein. Di questo parlammo sia con Krystian Zimerman (il pianista polacco protagonista con Simon Rattle del cd The Age of Anxiety, ovvero la Sinfonia n 2 di Lenny), sia con Jamie.

Jamie è una delle figlie che Lenny ebbe da Felicia Montealegre, la moglie da cui si separò quando fece coming out, andando a vivere col suo compagno, il musicologo Tom Cothran. Tornò dalla moglie, che di lì a poco morì di cancro; ma, come hanno detto i figli, non ebbe la possibilità di ricucire il rapporto che avevano prima, fu afflitto dai sensi di colpa e dal dolore. Un uomo complesso, un americano profondamente attratto dalla Mitteleuropa, divenuto il custode di Mahler quando non era ancora del tutto amato dalle platee.

In un recente documentario, Alexander, il figlio maschio, ha detto che suo padre si immerse nella direzione d’orchestra dopo una grandinata di critiche ricevute dopo una sua creazione, cogliendo quel trionfo che da compositore in vita non ebbe, o non ebbe pienamente

Nadine Sierra e Bernstein

Nadine mette il cuore davanti alla ragione: «Bernstein è sempre stato considerato un grande compositore già prima di questo anniversario, il centesimo dalla nascita. Molte sue pagine son incredibilmente famose e hanno avuto numerosi adattamenti. In ogni caso sono contenta che Deutsche Grammophon abbia lanciato questa sorta di “mission” per ricordarlo come merita; è considerato il musicista americano che ha maggiormente influenzato il XX secolo».

Alexander dice che la natura di tutte le musiche di suo padre è essenzialmente teatrale. «Ha ragione. È una musica che racconta sempre una storia, ed è per questo per cui ci piace eseguirla e ascoltarla. Non è mai noiosa e riflette la personalità di Bernstein, le sue idee. Amava le parole come le note. Parliamo di un uomo che si spese tutta la vita per i diritti civili».

Era anche la battaglia di John Lennon; la figlia Jamie ci raccontò che il padre era lì al Dakota Palace quando, a pochi passi, l’ex Beatle fu ucciso; ci disse che suo padre «voleva trasformare il mondo in un posto migliore», esattamente come John Lennon, la cui musica ascoltava assieme ai Rolling Stones e a Michael Jackson.

Ma torniamo a West Side Story e all’equivoco sulla sua natura in bilico tra opera e musical. «Per me è un’opera. Forse l’equivoco nasce dal fatto che vi siano dialoghi, ma succede lo stesso nel Flauto magico che è un Singspiel».

Chi è Maria per lei? «È una donna che non condivide i pregiudizi della sua famiglia. È aperta al prossimo, il suo amore per Tony lo testimonia. C’è una parte di me in Maria. Abbiamo molto da imparare da lei, a dispetto della sua età e della mancanza di esperienza. Io ero ossessionata da Natalie Wood nel film, mi rese orgogliosa delle mie origini portoricane».

 Valerio Cappelli

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