La Filarmonica di San Pietroburgo e Beatrice Rana diretti da Temirkanov

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Il Settembre dell’Accademia Filarmonica di Verona offre spesso delle perle orchestrali di altissimo livello, dando spazio tanto ad orchestre italiane quanto straniere, a giovanili e a professioniste. Ma l’occasione di ascoltare l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov non è frequente, sul suolo italico.

Il concerto, tenutosi martedì 12 settembre presso il Teatro Filarmonico di Verona, ha visto una prima parte con il Primo Concerto per pianoforte di Čajkovskij, solista la nostrana Beatrice Rana, e una seconda con Shéhérazade di Rimskij-Korsakov. Un programma tutto russo che calzava a pennello, visti direttore e orchestra, anche se un po’ si rimpiange la scelta dell’Accademia di privilegiare in molti concerti il repertorio più conosciuto a scapito dei molti capolavori che potrebbero convincere il grande pubblico se presentati da interpreti di tale livello. Il livello infatti era tra i più alti fin dall’esecuzione del Concerto di Čaijkovskij in cui Beatrice Rana ha rimarcato con indomito carattere la propria granitica solidità. Se un po’ di timore poteva essere percepito all’inizio, la pianista si è liberata ben presto della soggezione nei confronti del direttore, offrendo un Primo Concerto maturo, solido, tecnicamente spavaldo – le celebri ottave sono state affrontate con sicuro coraggio – dallo splendido cantabile e dalla notevole caratterizzazione timbrica.

Il timbro è stato il vero protagonista della serata, tanto nel pianoforte quanto nell’orchestra. Con sobrio e pacato gesto, Yuri Temirkanov guidava la sua Filarmonica, riuscendo a donare grande compattezza agli archi e splendidi fraseggi ai fiati. Non sempre ottimo il dialogo tra pianista e direttore, in realtà non particolarmente reattivo ai moti di carattere della pianista pugliese, ma molto interessante la capacità di entrambi trattare il pianoforte come uno strumento a tratti in competizione, a tratti inserito nell’orchestra, riuscendo a calibrare con grande cura la sua presenza tra i raffinati equilibri orchestrali. Al pubblico giustamente entusiasta, Beatrice Rana ha offerto il meraviglioso Lied di Schumann trascritto da Liszt Widmung, eseguito ancora con un po’ troppa della selvaggia danza conclusiva del Concerto čaijkovskiano.

Il successo è proseguito con il trionfo di Shéhérazade. Yuri Temirkanov è un alchimista della concertazione, capace di dosare con infinita cura i suoi ingredienti timbrici per generare vaporosi sbuffi di colori, raffinate illusioni ottiche, densi impasti di archi e  vivaci striature di fiati ed infine distillare la vera essenza di Shéhérazade: la narrazione attraverso il travestimento. Il gesto del direttore settantottenne può non essere dei più precisi, ma ciò che riesce a trarre dall’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo è un carattere russo di meravigliosa purezza. Il legato e la pastosità degli archi del tema iniziale da Il giovane principe e la giovane principessa, terzo movimento della Suite sinfonica, è stato impressionante, così come i numerosi soli del primo violino, vero solista dalla cavata profonda con qualche perdonabile eccesso di gusto virtuosistico, e l’incrollabile precisione dei fiati unita ad un fraseggio intenso magnificamente disegnato dal direttore.

Impeccabili anche i numerosi soli distribuiti generosamente dal compositore in praticamente tutte le sezioni. Come bis, il Temirkanov ha offerto un momento di ruffiana dolcezza con il celebre Salut d’amour op. 12 di Elgar, qui in versione orchestrale, condotto con naturale e splendido rubato.

Immagine di copertina: Beatrice Rana © Marie Staggat

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