Intervista a Francesco Corti, direttore ospite del pomo d’oro

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Non solo clavicembalista ma anche direttore e professore presso la Schola Cantorum di Basilea, Francesco Corti, dopo aver condotto al Wigmore Hall il pomo d’oro nel tour promozionale del secondo album da solista di Jakub Józef Orliński, mi ha incontrato per un’intervista esclusiva per Amadeus. Nello splendido Seymour’s Parlour a Londra ci ha raccontato il suo ruolo da direttore ospite del pomo d’oro, i suoi progetti in atto e la sua opinione sulla situazione della musica antica in Italia.

Leggendo la tua biografia e i vari progetti che stai realizzando mi viene da chiederti: ma dove trovi il tempo? Clavicembalista, direttore e professore…

Sono tre attività che assorbono molto tempo, richiedono molta preparazione e in parte riescono a combinarsi tra loro. Sono tre ruoli che mi appassionano ed ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, che giudico fantastico, ma che ha come molti altri i suoi pro e contro, tra cui il viaggiare molto. Si perde un sacco di tempo in aereo e nei treni, però il viaggiare è una delle ragioni per cui faccio questo mestiere, perché mi arricchisce molto. La preparazione come solista e come direttore d’orchestra è molto diversa. Dirigere un concerto, anche se la direzione è eseguita suonando il clavicembalo, richiede molta concentrazione e un aumento del proprio livello di empatia con i musicisti che si trovano dinanzi a te. Questo tipo di preparazione mi ha aiutato molto anche come solista, adesso so come funziona meglio il mio corpo, quindi quando mi ritrovo a suonare da solo sono più calmo rispetto a come ero un tempo. L’attività di professore invece, è completamente diversa, c’è molta più preparazione intellettuale, ma nell’insegnamento strumentale c’è qualcosa di straordinario che è la possibilità di poter verbalizzare tutto quello che un musicista fa istintivamente. Poi dove si trova il tempo per fare tutto è un po’ un mistero.

Com’è lavorare per il pomo d’oro?

Il pomo d’oro pur essendo un’orchestra giovane ha già un’attività molto importante, che la porta ad esibirsi nelle più famose sale da concerto del mondo, come la Wigmore Hall di Londra. L’orchestra lavora sia in formazione grande – per esempio a gennaio ho eseguito un’opera di Händel con loro – sia in set molto piccoli, come nel caso della tournée per il secondo album di Orliński, “Facce D’amore”. Collaborare con il pomo d’oro mi permette di far parte di una realtà molto dinamica, di eseguire un repertorio ampio, di sperimentare, di proporre programmi innovativi  e di suonare con i migliori musicisti europei del settore.

Con il pomo d’oro sei stato coinvolto in progetti diversi – come “Voglio Cantar” e “Facce D’amore” per i quali hai collaborato con cantanti quali Emőke Baráth e Orliński. Ci puoi parlare di questi progetti a cui hai preso parte?  

Il primo progetto che ho fatto con loro ha portato alla realizzazione dell’album “Voglio Cantar”, che è un progetto su Barbara Strozzi interpretata dal soprano ungherese Emőke Baráth. Questa registrazione mi ha permesso di lavorare sulla figura di questa straordinaria compositrice veneziana che ha scritto tantissima musica incredibile che abbiamo dovuto selezionare per la registrazione, ed è stata davvero un’occasione importante per crescere musicalmente. In questo momento sono coinvolto nella tournée di “Facce D’amore”, secondo album da solista del controtenore polacco Orliński. È molto piacevole lavorare con Jakub, che è un musicista fantastico, e questa sua ultima fatica è un’incursione nelle musiche di ambito italiano  sul tema dell’amore tra Sei e Settecento. Lavorare con solisti di questo calibro è sempre meraviglioso, soprattutto se sono persone come Jakub che si divertono durante le prove, durante i concerti, creando un grande margine di improvvisazione. Di conseguenza ogni concerto è un po’ diverso uno dall’altro.

Con il pomo d’oro stai registrando i Concerti per Clavicembalo di J.S. Bach, ci vuoi parlare un po’ di questo tuo programma?

Il piano è di registrare tutti i concerti per tastiera di Bach: quelli per uno, due, tre e quattro clavicembali; realizzando un volume per anno. Il primo esce a fine marzo per Pentatone e conterrà i primi quattro concerti per clavicembalo solo. Questo primo album rappresenta il repertorio centrale per qualunque cembalista, quindi riuscire a registrare e firmare una versione è un onore. Inoltre, realizzare queste registrazioni mi permette di prendere in mano le fonti storiche, le testimonianze che abbiamo su questa musica, portandomi a fare delle scelte. Infatti, non sappiamo in quali condizioni questi concerti siano stati scritti a Lipsia, quando siano stati suonati da Bach, o dai suoi figli e allievi. Non sappiamo ad esempio se l’orchestra fosse grande oppure no. Di conseguenza il primo volume l’ho voluto registrare con un’orchestra grande con ripieni e con un secondo clavicembalo di basso continuo. Il secondo volume invece verrà registrato a marzo e sarà fatto a parti reali con un set molto più piccolo. E’ una grande opportunità avere un progetto a lungo termine su cui meditare, su cui fare delle scelte e proporre delle soluzioni innovative. Inoltre, per le registrazioni sto utilizzando un cembalo assolutamente fantastico realizzato dal milanese Andrea Restelli.

 

 

Ci vuoi parlare anche dell’album da solista che stai realizzando?

Il mio nuovo album da solista “Little Books”, uscirà nella seconda metà dell’anno per Arcana. Il mio intento con questo lavoro è di allargare l’orizzonte sul repertorio tastieristico di Bach, proponendo un’interpretazione sul suo contesto “domestico”. Mi immagino che a casa di Bach si suonasse musica sacra quanto profana, si eseguissero brani dei compositori che Bach prese a modello, oltre a brani che erano in voga all’epoca. Tra essi quelli che lui inserisce nel libro degli esercizi della moglie Anna Maddalena, come la Piccola Polonaise di Hasse che mi ha dato l’idea del disco. Questo brano non aveva un’attribuzione, finché non la si è individuata in una maiolica che si trova conservata al museo di Capodimonte a Napoli e che è la principale fonte che indica l’attribuzione. È proprio la stessa musica che si trova a chilometri di distanza nel libro di Anna Maddalena. Mi è parso interessante contestualizzare questo repertorio, perché Bach era un musicista della sua epoca, fondamentalmente un artigiano circondato da altri artigiani.

Ci racconti di altri progetti di cui sei particolarmente entusiasta?

Fra i progetti che attendo con entusiasmo, c’è un’Agrippina che dirigerò al teatro reale di Drottningholm a Stoccolma in agosto. Lo Slottsteater è un teatro eccezionale, talmente affascinante che è d’avvero uno shock estetico assoluto. Agrippina è il lavoro di un Händel molto giovane che vuole ancora dimostrare al pubblico (in questo caso quello veneziano) quanto egli vale come compositore, e utilizza tutti i mezzi compositivi che ha per farlo. È probabilmente il libretto più bello che Händel ha avuto in vita, è decisamente più drammatico e teatrale rispetto a quelli che avrà a Londra. I personaggi sono tutti tremendi, tutti cercano di manipolare tutti, ma nessuno ci riesce veramente. Come dire, c’è un insieme di cose straordinarie, tra cui il cast che prevede Ann Hallenberg nel ruolo di Agrippina, e Giulia Semenzato per Poppea.

Come vedi la situazione della musica antica in Italia?

La situazione è un po’ difficile, perché spesso non c’è un grande spazio nei conservatori per l’insegnamento della musica antica, il che non vuol dire che non ci siano i singoli professori bravi, appassionati e competenti. Quello che manca spesso è un contesto, un istituto che permetta di fare musica da camera e che consenta la formazione di orchestre del settore. Questa è la principale differenza con le scuole straniere.  Nel senso che in altri paesi ci sono dipartimenti nei conservatori che permettono l’acquisizione di specifiche competenze che saranno poi quelle del mondo lavorativo, tra cui imparare a districarsi nella giungla dell’amministrazione dei festival. Mi ricordo, per esempio, quando ho studiato ad Amsterdam, c’era un corso che ti insegnava a mandare proposte ai festival. Ciò che manca in Italia è anche la sovvenzione statale per gli ensemble specializzati, che in altri paesi, penso ad esempio alla Francia, è quasi la regola.

Cosa ti piacerebbe fare in Italia?

C’è un potenziale di musica da camera incredibile in Italia, con un mercato purtroppo molto ridotto. Un altro fattore importante è che c’è un patrimonio sconfinato di musica che non viene eseguita e si tende a proporre, per ragione di pubblico, i soliti dieci titoli che possono comprendere Händel, Vivaldi e raramente Monteverdi. Però il repertorio italiano riguardante il Sei e il Settecento è molto vasto. Riuscire ogni tanto a mettere in piedi la produzione di un compositore minore, che magari era famosissimo all’epoca, permetterebbe di scoprire e valorizzare il grande patrimonio Italiano in questo campo. Normalmente questi manoscritti si trovano in uno scaffale di una biblioteca e aspettano da anni di essere riscoperti e suonati.

 

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