Il Cantico dei cantici secondo Roberto Latini: un monodramma incandescente

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Domenica 20 maggio (2018) ho visto a Milano il Cantico dei Cantici di Roberto Latini, un monodramma incandescente, molto “operistico”, in cui la musica e il suono (a cura di Gianluca Misiti) giocano un ruolo fondamentale.

Un solo personaggio in scena, mezzo dj e mezzo speaker radiofonico, che recita il libro del Cantico dei Cantici. L’intensità a tratti iperbolica, poi di colpo ribaltata in uno straniamento grottesco, le citazioni cinematografiche (una delle quali giocate con una mise en abîme quasi conturbante: il morriconiano tema di Deborah tratto da C’era una volta in America), il trasformismo intermediale (si passa dal contesto radiofonico alla recitazione nuda e cruda, dalla “soggettiva sonora” col cambio di intensità/qualità del suono quando il personaggio si toglie o rimette la cuffia, alla voce senza microfono, non amplificata), il sublime biblico e il pop becero, il desiderio disperato ma anche esaltato che si nutre di assenza e negazione (perché ogni amore è un amore impossibile), il crescendo emotivo parossistico e lo sberleffo sarcastico: tutto questo e molto altro ancora ho esperito nella performance di Latini che mi è però sembrata troppo autistica/autoreferenziale (intrappolata in se stessa) perché priva di un contrappeso drammaturgico.

Non che mi sia mancato un altro personaggio. Tutt’altro! Mi è mancata una musica più “all’altezza”. Pur essendo molto ben gestita a livello di “sound design” e di montaggio citazionistico, essa mi è parsa infatti banalizzante, priva di spessore compositivo. Da qui (forse) la sensazione di trovarmi in un cul-de-sac artistico.

Ben diverso il caso del monodramma forse più straordinario a cui ho assistito negli ultimi anni: Luṣ di Ermanna Montanari (Teatro delle Albe) che si esibisce e si contorce in scena nei panni della indimenticabile Bêlda, una fattucchiera marginale di provincia (romagnola). Anche lei sola sul palcoscenico, ma con due “contrappesi” musicali che concertano in modo sbalorditivo e imprevedibile con la sua voce: da una parte i live electronics di Luigi Ceccarelli e dall’altra il contrabbasso di Daniele Roccato. Il risultato è un concerto-spettacolo in cui la voce si confronta ma anche confligge con una dimensione musicale che la trascende.

Un altro monodramma, cantato questa volta, che vidi a Milano una decina di anni fa e che è rimasto per me un punto di riferimento è One di Michel van der AA con Barbara Hannigan. Dalla Medea di Benda (di cui mi è restata impressa l’interpretazione di Elena Bucci al festival delle Notti Malatestiane) a Erwartung di Schönberg; dagli one-man shows di Carmelo Bene alle performances di Ermanna Montanari e Roberto Latini, l’opera (recitata o cantata) in forma di monodramma mi pare un genere vivissimo e gravido ancora di possibili sviluppi.

Immagine di copertina Ph. Fabio Lovino

L’esecuzione è spettacolo totale: Alexander Schubert
Fondazione Spinola Banna per l’Arte: Zeno Baldi

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