“Gay Chorus Deep South”: la musica sconfigge l’intolleranza

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Danzare con la tempesta per raggiungere la salvezza, per sopravvivere e professare i propri valori: in poche parole, mai arrendersi. Inizia così, parafrasando il brano Dance With The Storm, il docufilm Gay Chorus Deep South diretto da David Charles Rodrigues che racconta un viaggio coraggioso e toccante: quello del San Francisco Gay Chorus nel profondo sud conservatore degli Stati Uniti.

Fondato nella città di Harvey Milk, primo politico gay dichiarato e morto ammazzato, il coro è uno dei più numerosi al mondo (sono circa trecento), nonché il primo apertamente omosessuale. E il tour avviene in seguito all’approvazione di leggi anti-LGBT in diversi stati americani, dopo le elezioni di Donald Trump. Eccola, la musica, farsi largo nell’intolleranza. Da subito, è chiaro come non si tratti solo di narrare la storia di un ensemble musicale, bensì il percorso di una vera e propria famiglia, l’impegno nell’affermazione dei diritti della comunità LGBT. Inoltre, il film esce nelle sale in un momento fondamentale: i cinquant’anni dai moti di Stonewall, pietra miliare per la nascita di un intero movimento, inizio ufficiale del “Gay Pride”. Eppure, mezzo secolo dopo, è sotto gli occhi di tutti come spesso ci si trovi lontani, a livello istituzionale e di coscienza, da una completa accettazione.

Il San Francisco Gay Chorus attraversa così i territori con le leggi più discriminatorie, gli stessi da cui provengono diversi artisti, per un totale di venticinque performance in Mississippi, Tennessee, Alabama, North e South Carolina. E le immagini intraprendono un percorso sociale, individuale e, ovviamente, musicale.

Tra le note di She’s Got You di Patsy Cline e You Can’t Judge A Book By Its Cover di Bo Diddley, o ancora una I Am Changing di Jennifer Holliday, uno dei punti di maggiore incisività e tensione di Gay Chorus Deep South è con quella We Shall Overcome intonata in un luogo simbolo: Selma. Tra la Brown Chapel e l’Edmund Pettus Bridge dove, nel ricordo della marcia di Martin Luther King, sfilano oggi bandiere arcobaleno, emergono contrasti palesi: la realtà si rivela più complessa della teoria, i pregiudizi si frammentano. Qui, la musica è spazio di confronto e dialogo su temi come fede, sessualità, rapporto con la famiglia, lasciando labili, a tratti pretestuosi, i confini tra repubblicani e democratici per entrare più a fondo nella coscienza individuale.

Non vanno poi dimenticati brani più intimi, quelli che, nei momenti difficili, hanno aiutato ciascun artista, come Singing For Our Lives, You Have More Friends Than You Know, I Ain’t Afraid.

Qual è il ruolo del coro in una situazione politica e sociale allarmante, dove pregiudizi incancreniti dagli anni non vengono scalfiti, dove la paura del diverso non solo è storicamente avallata, ma arriva a scatenare episodi di cieca furia? La risposta è più semplice di quanto sembri: diventare ambasciatore là, nel deserto di comprensione e accettazione, di quei valori per cui lottare ogni giorno, quelli di uguaglianza e inclusione. Il tutto con un linguaggio universale: la musica.

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