Dieci serate di grande jazz alle New Conversations di Vicenza

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Le dieci serate delle New Conversations dette anche Vicenza Jazz, giunte alle ventiduesima edizione, hanno allietato anche quest’anno la parte centrale del mese di maggio ed erano attese più di sempre. Era ancora vivo il ricordo – anche fra i jazzofili superstiziosi – del venerdì 13 di maggio 2016 quando il pianista Brad Mehldau, in trio con Larry Grenadier contrabbasso e Jeff Ballard batteria, donò alla città berica nella sala maggiore del Teatro Comunale il suo concerto più bello che mai si fosse udito dalle nostre parti e forse anche altrove. A metà del recital Brad parve tornare indietro nella propria storia e poi nella storia del jazz, e non importava più che cosa suonasse. Suonava Mehldau e basta, sebbene si percepisse qualche eco di Ellington e delle Variazioni Goldberg di Bach. Così un secolo fa suonava Jelly Roll Morton («ricordati, amico, che qualunque cosa tu suonerai, suonerai Jelly Roll»). Il concerto del Comunale finì in un trionfo e in tre bis, per Mehldau del tutto inusuali.

   Nelle New Conversations appena terminate non si segnalano episodi altrettanto clamorosi. Ma spiccano le improvvisazioni in solo del pianista cubano Gonzalo Rubalcaba che ha chiesto e ottenuto di esibirsi il 16 maggio nella magica scenografia del Teatro Olimpico, perché lì desiderava realizzare la produzione del suo primo dvd. Ha suonato per circa 90 minuti un brano dopo l’altro senza quasi interrompersi mai (e anche qui ci sono stati tre bis). In questo modo Rubalcaba ha informato molti degli spettatori presenti, che non lo sapevano, del cambiamento radicale del suo stile incandescente ben noto. Adesso il grande virtuoso propone mirabili suoni quasi sommessi, perlopiù veloci che – non sembri un paradosso – mettono in ulteriore risalto la sua tecnica superlativa. E dopo il concerto ha fatto distribuire in dono (a chi sia riuscito a prenderle) numerose copie del cd Faith prodotto in proprio che retrodata al 2010 la sua svolta fondamentale.               

   Il Festival del 2017 è cominciato molto bene con il pianoforte di Uri Caine e con il quintetto di Dave Douglas, che insieme si fecero apprezzare in Italia negli anni novanta dopo aver frequentato l’ambiente di John Zorn. Il chitarrista Marc Ribot, solo nell’immensità di una delle sale superiori della Basilica Palladiana, ha avuto il coraggio di non farsi intimidire e ha dato il meglio di sé, toccando il vertice in una magistrale versione del tema gershwiniano di Someone To Watch Over Me. Il sassofonista Chris Potter, ancora non valutato in Italia come merita, si è presentato in quartetto e ha avuto la fortunata coincidenza dell’uscita poche settimane prima del suo cd per Ecm con lo stesso quartetto. Lungi dal fare un concerto fotocopia dell’album, Potter vi ha aggiunto due improvvisazioni stupende che hanno confermato il suo altissimo livello.

   Dispiace, a questo punto, scrivere sulla lavagna dei cattivi il nome di Dee Dee Bridgewater, che in passato abbiamo ammirato in tante belle occasioni. Il successo che ha ottenuto presso un uditorio ben più vasto e meno provveduto di quello del jazz con mezzi discutibili – urla, lunghi racconti, cori, gestualità noiose e orchestra ipersonora – non le ha giovato. Saprà ritrovarsi? Speriamo sinceramente di sì, ma ne dubitiamo.

   Ci avviamo a citare il meglio della fase finale. L’abbinamento inedito fra la tromba e il flicorno di Enrico Rava e il pianoforte di Geri Allen, l’uno e l’altra non pianificati secondo “una regola d’oro della musica improvvisata”, sta scritto in una delle brochure del Festival, ha fruito di ampi consensi. Erano stati preceduti nella stessa serata dalla voce recitante di Stefano Benni e dal pianoforte di Umberto Petrin, esperti di Thelonious Monk che nel prossimo ottobre compirebbe cento anni. Per ciò la loro performance si chiama Misterioso come una nota composizione di Monk, e per questo si conclude con l’urlo molto significante di Benni: «a che serve parlare, quando si sa suonare così?».

   E ancora. Ci si sposta a Palazzo Chiericati, uno degli edifici più sontuosi in Vicenza di Andrea Palladio, dove è previsto l’unico concerto del quintetto di Luca Aquino, tromba/flicorno e compositore sospeso fra le bellezze del silenzio e dell’elettronica. L’interno prezioso del luogo e la massima attenzione del pubblico accorso nella sala ispirano com’è giusto i magnifici cinque. Per le ultime due sere che offrono «lo stesso concerto» di Danilo Rea & Gino Paoli, pianoforte e voce, si torna al Teatro Olimpico. Ma nel jazz non esiste mai uno stesso concerto con gli stessi autori – esecutori. E il pubblico può anche chiedersi come possano andare così d’accordo un pianista jazz poderoso come Rea e un cantante di provenienza diversa, elegante e squisito come Paoli. Nessuna sorpresa, poiché nel jazz questo succede, eccome.

Foto di copertina: Gonzalo Rubalcaba

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