Davide Cabassi: molti progetti e un solo comune denominatore, la musica

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Le passioni non si misurano con i premi e i concorsi vinti. E non si misurano neppure con il numero di concerti e con l’importanza dei direttori con i quali si collabora. Per misurare le passioni di Davide Cabassi, noto ai lettori di Amadeus per due preziose e ormai datate collaborazioni al nostro mensile – nel 2011 (Martucci e Respighi) e nel 2013 (Janaceck) – e che ci auguriamo di poter presto rinnovare, occorre usare altri criteri. Anche perché le pause, nella sua attività di pianista, sono dedicate quasi esclusivamente alla musica. Egli vive infatti immerso nella musica, visto che anche in ambito famigliare tutto si gioca lì, essendo sposato con Tatiana Larianova, pianista russa, che lo affianca tra l’altro nell’organizzazione di un festival che si svolge all’estrema periferia della metropoli lombarda e, come potete facilmente immaginare, in condizioni non sempre ideali. Abbiamo approfittato dell’occasione della presentazione dell’ottava edizione del Festival Primavera di Baggio e di altri programmi di imminente realizzazione per rivolgergli qualche domanda.

Maestro ci racconta come è nata l’idea di questo festival?

L’idea è nata fondamentalmente venendo a vivere qui, più di dieci anni fa, ormai, e toccando con mano le bellezze e le criticità di questo quartiere: un luogo ricco di fermenti, di associazioni vitali e straordinariamente attive, con angoli magnifici alternati a spazi bui e pericolosi, a una lontananza quasi più psicologica che fisica dal centro e dalla sua vivacità culturale e con una sete commovente di attenzione. Abbiamo deciso di mettere in atto quello che spesso si sente dire, ma che così raramente diventa realtà: abbiamo portato qui il centro, o meglio, abbiamo provato a spostare il cuore e a far diventare centrale una frontiera.

La periferia di una grande metropoli è spesso dimenticata dalle istituzioni. Tutto si concentra nel centro della città dove l’offerta musicale è sovrabbondante.  Quali sono le strategie per attirare il pubblico che inevitabilmente si sente attratto altrove?

Innanzitutto abbiamo puntato sul massimo possibile della qualità. In questi anni si sono alternati nella nostra Chiesa Vecchia i migliori musicisti che conosciamo, e i migliori giovani hanno debuttato davanti al nostro pubblico. La qualità che è la chiave per aprire occhi e cuori di persone non abituate ad essere al centro dell’attenzione. La filosofia è che non portiamo qui qualcosa tanto per farla, ma conquistiamo la fiducia e l’affetto del nostro pubblico portandogli il meglio. Poi certamente, la formula è molto familiare, accogliente – ogni concerto è preceduto da momenti conviviali sul sagrato, i brani raccontati, i programmi studiati per essere recepiti in modo completo e totalizzante – ma, ancora una volta, guai a giocare al ribasso: si suona tantissima musica del secondo novecento, tanta musica da camera e tanto repertorio impervio. Ma se il sentiero è illuminato la strada viene percorsa da una comunità, insieme.

Siamo giunti all’ottava edizione di Primavera di Baggio. Come è stata accolta questa proposta da un pubblico che presumo non sia abituato a questo genere di musica?

Per noi, ammetto, è tutti gli anni una sorpresa quasi commovente. La chiesa è sempre strapiena e l’entusiasmo e la partecipazione del nostro pubblico ci danno la benzina per continuare in un percorso che spesso è sinceramente estenuante. Però respirare il silenzio dei bimbi seduti per terra nelle prime file, o rubare i sorrisi della gente all’uscita, e qualche lacrima, qualche volta, ripaga e anzi, ci fa sentire fortunati.

Quali difficoltà deve superare per organizzare una stagione che si esaurisce in un periodo tutto sommato breve e intenso?

I problemi sono quelli di tutti gli operatori culturali, ovvero principalmente di natura economica: facciamo le nozze con i fichi secchi. Il comune ci ha sempre aiutati, grazie alla sensibilità di Filippo Del Corno, e noi proviamo a fare tutti gli sforzi possibili per trovare i necessari sostegni per proseguire questa magnifica utopia di concerti straordinari ad ingresso libero. Quest’anno abbiamo lanciato l’idea di una sottoscrizione che si ispira al caffè sospeso di Napoli: chi può dia una mano per offrire un momento di grande musica e di serenità anche a chi non può permetterselo.

Qual è il repertorio che in questi anni ha visto il maggior gradimento del pubblico?

Come dicevo prima, il pubblico di Baggio è davvero abituato a tutto, e ci segue su ogni terreno. Alcuni personaggi sono diventate delle vere e proprie star del quartiere, e ci vengono richiesti con grande insistenza ed entusiasmo, ma generalmente ripeto – l’idea è che qualità e cuore facciano la parte del leone per far centro nell’attenzione e nell’affetto del pubblico.

Sappiamo che il suo impegno nella diffusione della musica la porta a proporla anche in luoghi di sofferenza. Come sceglie in questi casi il repertorio da eseguire?

Sia negli ospedali che in carcere, ancor più che in una sala da concerto, non si può mentire. Bisogna essere assolutamente sinceri con il pubblico speciale presente, e con se stessi. Dunque si può suonare solo musica che si ama con una dedizione ed un rispetto assoluti. Dipende dal momento – ma ultimamente per me moltissimo Beethoven (a San Vittore poco a poco sto suonando tutte le sonate): il compositore che più parla all’animo umano a trecentosessanta gradi, e che ha ambientato la sua unica opera lirica, un inno alla libertà, proprio in un carcere.

Lei ama le periferie. Infatti anche gli altri appuntamenti non si può dire siano riconducibili ai grandi centri urbani. Come darle torto se le periferie offrono luoghi magici come la Valle di Ledro. Di cosa si tratta?

Kawai a Ledro nasce da un’idea di Angelo Foletto e di Roberto Furcht, un’estate di molti anni fa, quando per rifocillarci da un lungo viaggio ci fermammo in visita in Valle, e fummo immediatamente conquistati dalla meraviglia di questo luogo magico. Il connubio bellezza naturale/musica fu chiaro a tutti, immediatamente. Da allora il festival pianistico è diventato un appuntamento atteso a livello nazionale, che ha visto esibirsi sul palco dell’auditorium locale il meglio del piansmo mondiale. I temi che poi ricorrono, i fili rossi che uniscono anche questa alle altre iniziative, sono poi quelli di cui dicevamo prima: fare musica in armonia, con tanti amici; portare sorrisi e luce; tanta attenzione alla promozione dei giovani musicisti.

E che dire della musica contemporanea al MaMu? Se non è periferia questa! E non tanto per il luogo, ma per il genere di musica che viene proposto. Cosa c’è di più periferico della musica contemporanea?

Beh, capisco cosa intende ma mi permetto di ribaltare la prospettiva: quanto periferico sarebbe il mestiere dell’interprete se non ci fosse costantemente una nuova produzione! Per me la musica attuale è assolutamente centrale, nella compilazione dei miei programmi di recital, nelle stagioni che curo e nel percorso didattico dei miei studenti. Ogni anno cinque grandi compositori incontrano un gruppo di studenti, e tutti coloro che vogliono partecipare agli incontri, per fornire uno sguardo personale e sempre fresco sulla situazione della musica oggi, sul rapporto con l’interpretazione di un testo, sulla loro idea di musica nel nostro tempo. Un momento di crescita straordinario.

La musica per lei è la vita, è il lavoro, ma quali sono le altre passioni del pianista Davide Cabassi? Il calcio, il cinema, la lettura? In sintesi come passa il suo tempo libero, visto che la famiglia è cresciuta con tutte le conseguenze che questo comporta?

Tempo libero… parola grossa… quando riesco a fermarmi un secondo non c’è niente che ami di più di leggere ascoltando qualche vecchio vinile con mio figlio. Anche se presto probabilmente anche questo poco tempo verrà assorbito dalla nuova arrivata, che da marzo riempirà le nostre vite e i nostri cuori.

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