Una scelta rischiosa quanto coraggiosa quella di Daniel Harding: nuovo condottiero alla guida delle legioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Con Tosca in forma di concerto, nella Roma in cui è ambientata, nell’anno del celebratissimo centenario dalla morte di Giacomo Puccini. Rischio sì, ma scientemente e umilmente calcolato. Tanto che la impervia cerimonia di “investitura” ufficiale a direttore musicale, avvenuta il 21 ottobre 2024 nella Sala Santa Cecilia di un Auditorium del Parco della Musica in fervente attesa, si è conclusa con grande successo. La scelta dell’apertura con un’opera in forma di concerto ha segnato una continuità rispetto a quanto finora firmato dal suo predecessore, Antonio Pappano (che provenendo egli stesso dall’opera rendeva forse questa opzione meno criticabile?). Scelta condivisibile o no ma non certo una novità dell’ultimo minuto.
D’altronde se è vero che Harding è prevalentemente direttore “sinfonico” più volte – alcune delle quali memorabili – ha dato dimostrazione di estrema versatilità nell’affrontare il repertorio operistico. E, a dirla tutta, non occorreva aspettare di trovarlo sul podio romano per avere conferma della sua caratura di fuoriclasse della bacchetta. La sua lettura della partitura pucciniana è attentissima al dettaglio, chirurgica, il suo lavoro di cesello sull’orchestra esemplare. Inutile evidenziare quanto complesso sia ricreare gli equilibri sonori che conosciamo e associamo naturalmente a Tosca, parte del nostro dna e, come l’opera in genere, materia per cui i tanti teatri di velluto e oro disseminati nel nostro Paese, e la loro acustica, nascono. Insomma, una Tosca in Auditorium, con compagine orchestrale sul palco e voci idem non potrà mai suonare come in un teatro d’opera.
Il cast vocale davvero stellare – Eleonora Buratto, Tosca, Jonathan Tetelman, Cavaradossi e Ludovic Tézier, Scarpia, i tre protagonisti – ha dato prova di riuscire nell’ardua intrapresa di comunicare il massimo pathos e il carattere dei personaggi senza neppure poter supplire alla mancanza di regia e di ogni sorta di elemento scenico con le movenze che quel minimo di forma semi-scenica consentirebbe, per doversi attenere all’immobilismo totale dettato dalle esigenze di una registrazione dal vivo, per Deutsche Grammophon, in corso (sono i tecnici del suono in questi casi a dettar le regole…). L’orchestra ha egregiamente dato forma sonora alla scrittura pucciniana muovendo in una tavolozza di colori fatta di infinite sfumature. Fin dal primo attacco di Harding, tanto irruento e volitivo da non attendere neppure che i professori riprendessero la seduta e la concentrazione dopo gli accorati applausi.
Ma anche questo è Daniel Harding, musicista con la m maiuscola e ottimo acquisto per un’orchestra sinfonica di straordinario livello come quella di Santa Cecilia. Insomma, che il teatro manchi nella forma di concerto è ovvietà quanto inevitabile realtà ma che si sia fatto tutto il possibile e molto di più per un’eccellente resa, date le condizioni, non è in dubbio. Un plauso, oltre alle voci, capaci di trascinare con efficacia l’immaginazione dell’uditorio dentro la vicenda di Victorien Sardou, al giovanissimo primo violino di spalla Andrea Obiso, così come ad alcune prime parti d’orchestra indiscusse protagoniste di questo successo, tra cui il flauto di Andrea Oliva, morbido ed espressivissimo raddoppio della voce nel meraviglioso quanto ispirato “Vissi d’arte” di Eleonora Buratto. Ma anche i celebri soli di violoncello, Patrizio Serino, e clarinetto, Stefano Novelli, ad introdurre il toccante “E lucevan le stelle” di Jonathan Tetelman. © Riproduzione riservata.







