Milano, al Teatro alla Scala torna Christophe Rousset con “L’opera seria” di Florian Leopold Gassmann

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Un gradito ritorno al Teatro alla Scala di Milano, quello di Christophe Rousset, dopo il successo de La Calisto di Francesco Cavalli. Questa volta con un’opera di altro periodo storico, parliamo de L’opera seria di Florian Leopold Gassmann (1769), su libretto di Ranieri de’ Calzabigi, in scena dal 29 marzo al 9 aprile 2025 per cinque rappresentazioni, che vede Rousset impegnato alla guida di una compagine orchestrale costituita da prime parti degli archi e fiati dell’ensemble da lui fondato Les Talens Lyriques e musicisti scaligeri. La regia e i costumi sono affidati a Laurent Pelly e le scene a Massimo Troncanetti. Mentre il nutrito cast prevede voci tra cui Mattia Olivieri, Pietro Spagnoli, Josh Lovell, Julie Fuchs, Andrea Carroll, Serena Gamberoni, Alessio Arduini. Abbiamo incontrato Christophe Rousset, in un momento di pausa tra le tante prove, per domandargli qualche anticipazione su L’opera seria, partendo dal come sia nata l’idea di portare sul palco del Piermarini questo titolo che rappresenta una sorta di “opera nell’opera”? «È nata da Dominique Meyer, che l’aveva proposta al Théâtre des Champs-Elysées, anni fa. Si tratta di un titolo che ha pensato di riproporre ritenendolo non solo un’opera buffa ma anche una verosimile testimonianza di cosa sia il teatro. Ossia di quanto sia complessa la realizzazione di uno spettacolo che in sé racchiude il coinvolgimento di cantanti, la composizione, il ballo e la messa in scena… E, devo ammettere che la trovo veramente azzeccata, tanto da presentare nel libretto delle situazioni che noi stessi abbiamo ritrovato esattamente uguali durante le prove. Cosa deliziosa che riguarda anche i caratteri dei cantanti. Quindi, sì, è molto buffa, oltre che interessante». Anche storicamente per quanto riguarda il punto di vista puramente musicale, suggerisce Rousset, poiché lo stile rappresenta una sorta di “anello mancante” tra quel che accadeva con Galuppi e Goldoni a Venezia e con Gluck a Vienna.

Passando invece ad aspetti inerenti la parte strumentale, se La Calisto prevedeva la presenza di un ricco basso continuo e di un numero contenuto di archi, questa volta si parla invece di un organico orchestrale piuttosto consistente. Che prevede l’integrazione di membri de Les Talens e strumentisti scaligeri. «Esatto, l’idea era quella di avere “un’impronta Les Talens Lyriques”. Quindi dall’ensemble provengono le prime parti degli archi, primo violino di spalla, primo dei secondi, prima viola e primo violoncello. Così da avere il quartetto d’archi che conosce le mie scelte e si integra con i musicisti della Scala, prevalentemente archi. E da Les Talens provengono anche gran parte dei fiati», spiega Rousset. Soffermandosi per un attimo sulla figura di Florian Leopold Gassman, operista di successo al suo tempo, maestro di Salieri – che peraltro inaugurerà proprio la Scala, nel 1778, con L’Europa riconosciuta – ma anche precursore della riforma gluckiana… «In effetti è interessante perché scrive maggiormente in stile napoletano. Stile adottato durante il suo soggiorno a Venezia, dove ha conosciuto Salieri. Questa musica fa pensare molto al giovane Mozart ma anche, come accennato, a Traetta o al giovane Gluck che scriveva comunque opere italiane a Parma in stile napoletano. Ci troviamo proprio alla fine degli anni 60 del ‘700, prima che nascesse l’opera mozartiana con i grandi titoli a Milano come Mitridate, Lucio Silla, lo stile però è molto simile». A partire dal 1720 con la pubblicazione a Venezia del Teatro alla Moda di Benedetto Marcello, il modello dell’opera seria metastasiana viene in qualche misura “messo alla berlina” attraverso libretti satirici tra cui questo firmato Ranieri de’ Calzabigi. Ma inevitabile domandarsi come Rousset valuti quelle opere serie su cui basa buona parte della propria attività di direttore (reduce peraltro, come sappiamo, dall’impegno di due recentissime produzioni di Orlando e Giulio Cesare di Handel). «Sono sempre stato affascinato dallo stile serio e non lo trovo affatto ridicolo. Lo reputo anzi creativo ed entusiasmante proprio per la sua vocalità virtuosistica. Nutro una vera e propria una passione per questo stile. E anche in questo caso possono essere in qualche misura ridicolizzate le situazioni intrinseche alla realizzazione dell’opera, ma il modo di trattare la musica è sempre molto curato e molto serio. Così da poter rendere al meglio il genio di Gassman».

A proposito di regia, sono giorni di prove, parliamo di messa in scena quindi, come in questo caso le ragioni della musica si conciliano con quelle della regia, ricordiamo, affidata a Laurent Pelly? «Direi che lui è molto rispettoso del testo, della musica, e non chiede mai nulla di esagerato. Piuttosto, “rimane” in un gusto molto curato e preciso come necessario per il genere comico. Quindi, diciamo che nell’opera i due stili serio e comico, si compenetrano. Ma il limite è molto chiaro e risulta evidente cosa sia buffo e cosa serio». Infine, Fallito, l’impresario, Delirio, il librettista, Sospiro, il compositore, Stonatrilla, Smorfiosa e Porporina, i soprani. Sono solo alcuni dei significativi nomi dei personaggi. Il sarcasmo e la satira contro un mondo che ha finito per prendersi un po’ troppo sul serio? «Sì, sicuramente. Si tratta di satira, tutto passa attraverso questa chiave di lettura. L’idea dei nomi un po’ comici era già in uso fin dagli antichi greci. Così come avviene anche con Molière, in Francia. Quindi si ripropone una tradizione tipica del comico che attribuisce un carattere al cantante già a partire dal nome. Smorfiosa, per esempio, è il ritratto di qualcuno che lamenta sempre un mal di gola, la caviglia dolente, o non vuole provare. Insomma, il carattere si identifica col nome. E questo, naturalmente, è prezioso anche per la regia». © Riproduzione riservata.

Il direttore d’orchestra e clavicembalista francese Christophe Rousset, 63 anni.

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