Vincenzo Bellini il milanese: intervista a Fabrizio Della Seta

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«Mio carissimo zio, gioisca in uno ai miei genitori, e parenti, il suo nipote ha avuto la sorte di fare tale incontro colla sua opera, che non sa esprimerlo». Vincenzo Bellini scrive così allo zio materno Vincenzo Ferlito in una lettera datata 29 ottobre 1827, in riferimento alla prima dell’opera – al Teatro alla Scala – che lanciò la sua carriera: Il pirata. «Ho riscosso tanti e tanti applausi, che mi assalì per la grave commozione di contento un pianto convulsivo, che appena potei frenare dopo cinque minuti. […] Infine la scena di Rubini, e quella della Lalande ha fatto tale entusiasmo da non poterlo esprimere in parole; e l’istessa lingua Italiana non ha termini come descrivere lo spirito tumultuante che investiva il pubblico».

Il trionfale debutto di Bellini in quella che fu una delle più prestigiose fabbriche del melodramma ottocentesco – il Teatro alla Scala di Milano – lascia da sempre sbigottiti gli studiosi di settore. L’impresario Domenico Barbaja capì sin da subito che il giovane siciliano aveva la stoffa dei grandi; e bastò affiancargli Felice Romani (tra le più eccellenti penne dell’epoca) per puntare a un sicuro successo. Certo, anche la presenza (nel cast) di Giovanni Battista Rubini e di Henriette Méric-Lalande, star indiscusse del palcoscenico, contribuì agli allori. E maggior tripudio si verificherà per la première della Straniera: «Mio caro Romani La Straniera ha sorpassato Il Pirata di non poco. Tutti i pezzi, senza eccezione, sono stati applauditi. […] L’entusiasmo dei Milanesi è oltre ogni credere. […] Abbiamo toccato il cielo col dito». La corrispondenza datata 15 febbraio 1829 si conclude con una curiosa prescrizione: «Questa lettera bruciatela, perché non conviene a me di dettagliarvi i nostri trionfi».

Se non conviene a Bellini indugiare nel compiacimento per la felice accoglienza delle sue partiture nel tempio del Piermarini conviene invece a noi, oggi, ricordare quanto le opere del compositore di Catania abbiano inciso nella storia musicale di Milano e del suo massimo teatro. Perché mai, dunque, da ormai 12 anni non si vede sulla scena scaligera un’opera di Bellini? E il conto è destinato ad aumentare se consideriamo che nella nuova stagione 2016/17 – appena presentata dal Sovrintendente Alexander Pereira e dal Direttore musicale Riccardo Chailly – sono presenti all’appello tutti i massimi esponenti del melodramma italiano eccezion fatta per lui, Bellini. Il grande escluso? Abbiamo provato, allora, ad affrontare la questione con Fabrizio Della Seta, direttore scientifico del Centro di Documentazione per gli Studi Belliniani.

Nella nuova stagione 2016/17 del Teatro alla Scala appena presentata c’è un grande escluso: Vincenzo Bellini. Risale al 2004 l’ultima produzione al Piermarini di un’opera del genio di Catania (Beatrice di Tenda). Cosa può dirci in proposito?
«In effetti l’assenza prolungata di Bellini è inspiegabile. È chiaro che, con una produzione ristretta come la sua, non ci si può aspettare che sia presente ogni anno, ma le sue opere, e non solo quelle considerate maggiori, sono allestite con continuità nei più importanti teatri di tutto il mondo, con cast e messinscene di grande prestigio e con grande successo di pubblico. Nel triennio 2014-17 sono andati o andranno in scena ben 81 allestimenti di Norma, 31 di I Capuleti e i Montecchi, 23 ciascuno della Sonnambula e dei Puritani, 5 della Straniera, e questo in città che vanno da Vienna, Londra, Parigi, Zurigo e Madrid a New York, San Pietroburgo, Buenos Aires e Melbourne. Davvero il maggior teatro italiano può permettersi di ignorare Bellini per dodici anni consecutivi?».

Il direttore musicale Riccardo Chailly vuole giustamente valorizzare il repertorio italiano e, segnatamente, le opere nate per il Teatro alla Scala (l’operazione Giovanna d’Arco nasce così). Ma non di solo Verdi (e Puccini) vive il pubblico dell’opera. Un capolavoro come Norma, partitura nata nel 1831 proprio per la Scala non si mette in scena al Piermarini dal 1977.
«Norma è uno dei caposaldi del repertorio mondiale, oltre che uno straordinario capolavoro drammatico-musicale, ma occorre ricordare che tra le prime storiche della Scala vi furono Il pirata, che nel 1827 lanciò la carriera di Bellini, e La straniera nel 1829, anch’essa un grandissimo successo; entrambe furono eseguite ed amate durante l’Ottocento e oggi, dopo un periodo di oblio, non sono più rarità. Anche La sonnambula, nata al Teatro Carcano nel 1831, è fra le opere che hanno fatto la storia musicale di Milano (ricordo anche il memorabile allestimento di Visconti, in cui Bernstein dirigeva la Callas). Se guardiamo alla proporzione tra le opere create per Milano e la produzione complessiva di ciascuno dei cinque grandi del melodramma, si può dire che, paradossalmente, Bellini è stato il più milanese di tutti».

Ci sono degli aspetti peculiari della drammaturgia musicale di Bellini che rendono le sue opere più ostiche rispetto a quelle di Rossini, Donizetti o Verdi?
«Ostiche non direi, considerato anche il favore di cui godono presso il pubblico, naturalmente quando sono allestite e cantate bene. Certo, la drammaturgia belliniana ha un suo ritmo tutto particolare, lontano dal brio di Rossini, dall’immediatezza passionale di Donizetti, dall’irruenza e stringatezza del giovane Verdi. Il dramma di Bellini, classico nella forma e romantico nei contenuti, richiede di essere assaporato senza fretta: ma proprio questo è il bello del grande melodramma ottocentesco, che nell’ambito di convenzioni condivise è stato capace di esprimere personalità artistiche diversissime tra di loro. E d’altronde, anche la pretesa “lunghezza” di Bellini, che sembra connaturata al suo stile musicale, è un’idea costruita sul prestigio di alcune sue opere (segnatamente Sonnambula e Norma) ma che va rivista alla luce dell’insieme della sua produzione. La straniera, per esempio, è un’opera programmaticamente concisa e caratterizzata da un’espressione convulsa e affannosa. I puritani è un’opera “lunga”, soprattutto se eseguita integralmente, ma è anche estremamente varia».

Ci sono delle peculiarità nella scrittura belliniana che rendono particolarmente difficile trovare un’interprete degna per il ruolo “enciclopedico” di Norma, pensato in origine per Giuditta Pasta?
«Quando Bellini usò quell’aggettivo (scrivendo proprio alla Pasta, anche un po’ per adularla) non si riferiva tanto allo stile vocale quanto alla varietà di espressioni drammatiche pretesa dal personaggio, che richiede una cantante che sia anche una grande attrice; e un riferimento a Maria Callas, interprete elettiva della parte, è tanto ovvio quanto inevitabile. Ma non nascondiamoci dietro la difficoltà di trovare gli interpreti all’altezza: non esistono opere per le quali tale difficoltà non esista, almeno se si vogliono produrre allestimenti di livello adeguato al loro valore e al prestigio dei teatri».

Non possiamo però negare che la vocalità belliniana sia particolarmente insidiosa per i cantanti, una sorta di casa a vetri in cui la voce è scoperta e i fiati “lunghi, lunghi, lunghi”.
«La melodia belliniana ha una sua impronta inconfondibile, ma la tecnica vocale che ne è alla base è quella comune ai cantanti del suo tempo. Quelli che crearono e diffusero le sue opere (Méric-Lalande, Pasta, le Grisi, Malibran, Rubini, Donzelli, Mario, Tamburini, Lablache,) si erano formati a scuole d’impronta tardo-settecentesca, si erano fatti conoscere come interpreti di Zingarelli, Mayr e Rossini, e oltre che con Bellini collaboravano regolarmente con Meyerbeer, Donizetti, Pacini e Mercadante. A sua volta la generazione successiva, quella che decretò il successo del giovane Verdi (Tadolini, Frezzolini, Guasco, Fraschini, Marini, Ronconi), si affermò cantando le opere di questi autori. Anche oggi vediamo che i cantanti di maggior rinomanza hanno un repertorio molto vasto, passano facilmente da Händel e Mozart a Verdi spesso senza trascurare Wagner, Bizet e Strauss. Per fortuna non si sente più parlare di “cantante belliniano” o “verdiano” o altro».

Ci sono secondo lei degli interpreti, oggi, adatti (più di altri) al dettato di Bellini?
«Più adatti a Bellini che ad altri no, come ho appena spiegato. Ci sono cantanti che amano particolarmente affrontare questo autore, per il quale occorrono tecnica impeccabile, capacità di espressione scenica, grande attenzione alla parola (non solo nei fondamentali recitativi ma anche nei cantabili). A parte le star consacrate, come Netrebko e Damrau, Meli, Osborn e Pertusi, mi sembra che siano ormai delle certezze Olga Peretyatko e Jessica Pratt fra i soprani, Dmitry Korchak fra i tenori. Purtroppo non ho potuto ascoltare la recente produzione londinese di Adelson e Salvini, con Daniela Barcellona ed Enea Scala, di cui mi hanno riferito molto bene e che potremo presto ascoltare in cd. Vorrei poi riservare una menzione particolare a Laura Giordano, che nello scorso dicembre è subentrata a Catania alla titolare ammalata nei Puritani: in dieci giorni ha studiato la difficilissima parte di Elvira nella nuova edizione critica e ne ha dato un’interpretazione impeccabile sia dal punto di vista tecnico sia da quello espressivo».

Lei è il direttore scientifico del Centro di Documentazione per gli Studi Belliniani, che pubblica fra l’altro un Bollettino online di cui nei mesi scorsi è apparso il primo numero. Quali sono le prospettive di ricerca e quali i progetti riguardo al compositore di Catania?
«È assolutamente prioritario mandare avanti l’edizione critica, pubblicata da casa Ricordi. Quanto uscito finora (tre opere e due volumi di musica strumentale e vocale da camera, altri sono in fase di preparazione anche avanzata) ha già rivelato aspetti di Bellini che neppure si sospettavano, non solo sul piano della ricerca storico-filologica ma con ricadute dirette sulla conoscenza viva, in teatro, dell’autore. C’è ancora molto da fare per quanto riguarda la prassi esecutiva, la conoscenza delle varianti applicate dai maggiori cantanti dell’Ottocento, la ricezione di Bellini nel mondo (nel primo numero del Bollettino c’è un interessante studio sulla fortuna di Bellini in Gran Bretagna), le fonti dei libretti (nello stesso numero ci sono studi importanti sulle fonti di Sonnambula e di Norma). È poi imminente l’uscita di una nuova edizione dell’epistolario, la più completa e rigorosa realizzata fino a oggi ma che, come tutte le edizioni, non si può considerare definitiva: sul mercato antiquario compaiono continuamente lettere e documenti sconosciuti o di cui si era persa la traccia. A questo proposito, bisogna sensibilizzare le istituzioni pubbliche e i sovvenzionatori privati affinché questi reperti, acquistati da privati, non vengano di nuovo sommersi per ricomparire, magari, tra cent’anni. Ma, in conclusione, mi preme ribadire che l’aspetto più importante di tutti è la collaborazione tra il mondo della ricerca e quello della produzione, che hanno entrambi tutto da guadagnare da un confronto continuo e costruttivo».

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