Un’opera su Ettore Majorana: intervista a Stefano Simone Pintor

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Una storia di vita affascinante. Un evento avvolto nel mistero. Un’equazione perfetta con una variabile. Questi gli elementi a cui si ispira l’opera “Ettore Majorana. Cronaca di infinite scomparse” in prima mondiale per OperaLombardia su musiche di Roberto Vetrano e regia e libretto di Stefano Simone Pintor.

Uno spettacolo, creato interamente da professionisti under 35, il cui debutto è previsto per il 28 settembre 2017 al Teatro Sociale di Como. L’opera, pubblicata dalla casa editrice Ricordi, è stata selezionata tra 50 progetti provenienti da tutta Europa per il concorso OPERA OGGI, indetto da Regione Lombardia nel 2015 e presieduto da Giorgio Battistelli. La vita del fisico di origine siciliana Ettore Majorana, alla vigilia dell’80esimo anniversario della sua misteriosa scomparsa, diventa realtà – aumentata – sulla scena. Una sorta di parallelo tra mondo della fisica e della musica narrato dall’opera. «Il lavoro mio e del compositore Roberto Vetrano si basa sulla ferma volontà di non fornire altre inutili teorie riguardo alla scomparsa dello scienziato. Sapere oggi che fine abbia fatto Majorana non cambierebbe nulla; piuttosto è importante capire perché abbia agito così. Si può credere che la sua vita e le sue teorie fossero ormai una cosa sola, che dunque non vi fosse una linea di distinzione tra la sua quotidianità e il suo pensiero. Lo prova il fatto che la sua scomparsa abbia generato tante teorie e speculazioni, tutte equamente probabili, in parallelo con le “infinite componenti” che possono assumere – in senso lato – le nostre vite a seconda dello spin acquisito dalle particelle di cui siamo formati», così spiega Pintor. Lo incontriamo, a qualche giorno dall’attesissima prima, per domandargli qualcosa di più sull’opera e sulle scelte che ne hanno guidato la realizzazione.

Librettista e regista: come nascono e convivono queste identità?

«Si tratta di più sfaccettature della stessa cosa, di più attività artistiche contemporanee. Nasco come musicista ma, attraverso un processo eterogeneo iniziato da songwriter e compositore di testi, ho seguito gli studi universitari per intraprendere una carriera professionale di artista. Ho frequentato il DAMS, studiato regia teatrale e lavorato come assistente di regia, così da unire due passioni, la musica e il teatro. L’attività di librettista è più recente. Dal gennaio 2016 sono librettista residente presso il Teatro dell’Opera di Roma. Una strada meno battuta quella del librettista, una scelta dettata dalla mia grande passione per l’opera lirica. Credo che il rinnovamento dell’opera, infatti, non passi solo per la forma ma anche per i contenuti».

Un titolo e una storia di vita singolari quanto affascinanti: quali idee hanno ispirato regia e libretto?

«L’opera è promossa dai teatri di OperaLombardia, di Magdeburg e dal Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, pubblicata da Ricordi, selezionata su 50 progetti ai fini del concorso internazionale Opera Oggi su musiche di Vetrano e scene di Zurla. Il soggetto racconta l’oggi, può definirsi contemporaneo per tante ragioni: l’attualità della scomparsa di Majorana, le teorie sulla sua fine, l’amore per la scienza e la fisica e per la cronaca poliziesca. Un tributo alla scienza per le scoperte future. I linguaggi utilizzati sono parte della quotidianità, la serialità rende l’idea di cronaca, novità e scoperta; un loop racconta quegli ultimi istanti di vita. L’intento non è stato quello di realizzare un’ennesima biografia né di formulare ipotesi sull’esito della sua scomparsa, bensì di interpretare quell’imbarco come un’”equazione dalle infinite componenti”. Come una sorta di “sliding doors”. Majorana scelse l’oblio ma ottenne la notorietà. Così appare come incastrato in un tunnel infinito e l’imbarco è reso come un incubo ripetuto ossessivamente. Questo grazie all’utilizzo della serialità per quel che concerne la regia e ad uno sviluppo della narrazione, non come racconto lineare ma come insieme di stati dallo sviluppo verticale. Il linguaggio quotidiano è fatto di frammentazione e a questo ci ispiriamo. La regia si serve di nuove tecnologie e videoproiezioni all’interno del teatro. Il risultato vuole essere uno spettacolo “immersivo”, una scelta ispirata al campo della fisica per cui noi non siamo altro che agglomerati di atomi attraversati da neutrini».

La figura del librettista oggi. Si sente un nuovo Da Ponte?

«La figura del librettista oggi è molto differente da quella di un tempo. Ritengo sia necessaria meno tecnica metrica e maggiore sensibilità teatrale. Nei libretti su cui sto lavorando è evidente una spiccata sinergia tra le richieste della scena e quelle del compositore. La regia c’è e nella drammaturgia degli eventi è riscontrabile rispetto al passato molta più interazione con ciò che accade in scena. Utilizzo citazioni latine, traslitterazioni dell’equazione di Majorana, citazioni poetiche e filosofiche. Majorana fu un grande umanista e scienziato e, pensando a lui, ho immaginato una coesione tra opera lirica e movimento ciclico delle onde del mare. D’altronde la musica altro non è che fisica delle onde sonore».

Una sorta di Verismo 2.0 o Neorealismo?

«Parlerei piuttosto di un altro concetto ispirato alla “realtà virtuale aumentata”, all’ambiente fisico in cui ci muoviamo. Attraverso l’utilizzo della videoproiezione in teatro, le realtà che viviamo sono sfaccettate in diverse dimensioni in senso filosofico più che fisico. Tutto risulta “astrattizzato” ma ricostruito secondo una componente immaginaria, secondo una metafora poetica. Di realistico rimane solo la rappresentazione dell’imbarco, poi il loop porta subito ad un piano straniante, per dirla in termini brechtiani».

La struttura del libretto d’opera: “sviluppo non lineare ma verticale e simultaneo”…ci spieghi.

«La volontà è far aderire contenuto a contenitore, significato a significante. Majorana fa aderire la sua vita, non consapevolmente, alla sua teoria più importante l’”equazione a infinite componenti”. Dal punto di vista della poetica la sua fine può aderire alla sua matematica, per questo il racconto è verticale, ciclico, composto da tante fini una vicino all’altra, il ritratto di un personaggio incastrato tra variabili. La forma del libretto deriva da un’attenta analisi della sua vita in cui la forma deve rappresentarlo».

Sulla regia d’opera oggi: fedeltà al testo o innovazione?

«Ciò che è importante per un regista è che sia in grado di dare una chiave di lettura dell’opera non tanto nuova ma originale. Sono numerose le opere messe in scena su uno stesso testo ma rilette sulla base del nostro tempo. Penso che, qualsiasi strada si scelga, sia importante restare fedeli al testo».

Opera contemporanea vs opera di tradizione.

«In verità non concepisco una contrapposizione tra le due, anzi proporrei di interrogarsi su cosa sia da considerare opera di tradizione e cosa opera contemporanea. Certo, riscontro una qualche rottura rispetto agli accademismi del passato ma certa opera contemporanea di oggi non è forse già opera di tradizione?».

Progetti futuri?

«Tante attività differenti; mi definirei artista multimediale nel senso etimologico del termine. Uno dei progetti imminenti è la riscrittura della Carmen con l’utilizzo dell’elettronica, un progetto destinato ad un pubblico che non necessariamente conosca la lirica. Ma anche la scrittura di un libretto su musiche di Vivaldi e testo tratto da Les liaisons dangereuses di de Laclos, da cui nascono il film Le relazioni pericolose e l’immagine di un mondo barocco in decadenza».

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