Spoleto59: tra i 2Mondi il made in Italy gode

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“The world on stage” è il claim ufficiale del Festival dei 2mondi di Spoleto; Il mondo in scena, un’ambiziosa missione per quello che è stato e cerca ancora di essere l’appuntamento cult del teatro estivo in Italia.

Dal 24 giugno al 10 luglio artisti di varia provenienza si sono avvicendati, as usual, sui palcoscenici che brulicano all’ombra della Rocca Albornoziana, manifestando ciascuno la propria cifra. Tra gli eventi di punta, nell’ultimo weekend: Lecture on nothing di Bob Wilson; Odissea A/R di Emma Dante; Harlequino: on to freedom di Tim Robbins e il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi diretto da Rinaldo Alessandrini. L’impressione che ci portiamo dietro è che tra i 2Mondi il made in Italy (circoscritto – ça va sans dire – agli eventi citati) abbia dominato il certame. Di più ci si aspettava, infatti, dal veterano Bob Wilson e dall’eclettico Tim Robbins, l’uno impegnato con la lettura di un testo sperimentale di John Cage, l’altro con un omaggio alla Commedia dell’arte. Cominciamo da Wilson, piazzato come ieratico pantocratore sul boccascena del Caio Melisso, dove non manca il solito ciglio di neon sulla ribalta e nemmeno la serie di lampadine appese al filo; brandelli di testo verniciati su bianchi striscioni danno sfondo a una lettura (l’ennesima di questi tempi) che è statico riciclo. La straordinaria arroganza dell’eidos cui Wilson ci ha da sempre abituati si dilegua, rimane lui solo, a vomitar parole come un mangianastri che sul finale si inceppa, ripetendo ad libitum le sequenze testuali più provocatorie. Se Wilson ingessa la scena con un divertissement intellettuale Robbins la carica invece di forza centrifuga, attraverso una drammaturgia déjà-vu di sapore pirandelliano; nel primo atto, infatti, è assai forte l’eco del conflitto tra il dottor Hinkfuss e la sua compagnia di attori. Robbins però non possiede il bisturi dell’autore di Questa sera si recita a soggetto e la sua scrittura lascia Arlecchino e il resto dell’Actors’ Gang a galleggiare in superficie.

Ben altro esito ha il progetto curato da Emma Dante a suggello del biennio formativo condotto con gli allievi del Teatro Biondo di Palermo. Un’Odissea di siciliano sapore e graffiante impatto, con giovani attori chiamati a un’artisticità a tutto tondo che a tratti ricorda la migliore tradizione di Dodin. Questi ragazzi, infatti, recitano (o almeno ci provano), cantano con polifonica ambizione, sono consapevoli dei loro corpi e spingono il gesto oltre misura così come piace fare alla Dante, esperta burattinaia e capace di segni tanto più pregnanti quanto più semplici: come non sussultare davanti all’infinita e nera trama che invade progressivamente la scena trasformata, così, in telaio vivente; l’avvilita Penelope «tesse e stesse», e dalla sua tela è seppellita. Un teatro riportato alla sua primigenia artigianalità, fatto con bastoni di legno e striscioni di carta, capace di contenere tutti i regni di Poseidone in una vaschetta di plastica blu. E poi c’è  il mito, un gigante sulle cui spalle c’è sempre posto per sedersi. Dulcis in fundo il Vespro di Monteverdi eseguito dall’Ensemble Concerto Italiano sotto l’egida di Rinaldo Alessandrini, prima tappa di un Percorso nella modernità del Barocco fortemente voluto dalla Fondazione Carla Fendi. La partitura del 1610 dedicata a Paolo V si sa, è un capolavoro, frutto di un’audace elaborazione di “canti firmi” di gregoriana matrice sui quali l’autore sovrappone una polifonia che può abbracciare dalle sei alle dieci voci. La variatio stilistica culmina nei concertati, resi con somma e partecipata e rigorosa eleganza dall’ensemble, dai cantanti e dagli strumentisti tutti, da Alessandrini guidati verso omogeneità di colore e vividezza dinamica. Un lieto convito, offerto dalla generosa mecenate su una terrazza affacciata sul Duomo, chiude Spoleto 59, aggiungendo alla bellezza dell’arte la possibilità di un incontro.

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