Rivivere la musica: a colloquio con Alexander Gadjiev

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Alexander Gadjiev è una delle voci più interessanti del panorama pianistico nazionale ed internazionale. Vincitore del Premio Venezia e poi definitivamente lanciato sul panorama internazionale dalla vittoria dell’Hamamatsu nel 2015, il giovane pianista italo-sloveno si è esibito a Padova sul palco dell’Auditorium Pollini il 4 maggio, suonando con l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano diretta da Massimiliano Caldi. In programma il Concerto per violino e orchestra op. 61 di Beethoven, nella rara e complessa trascrizione dell’autore per pianoforte e orchestra.

Uno degli argomenti più rilevanti dell’attuale dibattito critico riguarda il ruolo dell’interprete in questa società. Da giovane pianista ventitreenne qual è la tua visione?

L’interprete secondo me ha un ruolo molto più grande di quello che si dice. Spesso ho sentito frasi come “L’interprete deve solo trasmettere il messaggio del compositore”, come se fosse figura quasi secondaria, uno studioso che si mette in un angolo e, studiando la partitura, cerca di capire il pensiero del compositore. Anche se in realtà non si può sapere cosa c’era veramente dietro alla musica. Per esempio, perché il primo tema di questo Concerto è così simile al secondo? O ancora perché questo brano riesce ad essere così simile ed al contempo così diverso dal resto della produzione coeva di Beethoven? Perché il compositore ha fatto queste scelte? Non è che puoi veramente saperlo. Puoi immaginarlo, però Beethoven è un uomo, nella sua complessità, quindi ciò che può fare l’interprete è rivivere, più che studiare ed analizzare

Ma si può rivivere questa musica, con la sensibilità odierna?

Certo, abbiamo un’altra sensibilità per certi versi. Spendiamo venti ore al giorno sul telefono, è chiaro che il cervello funziona in una maniera molto diversa, i nostri affetti sono considerati in una maniera diversa e viviamo in una società probabilmente molto più labile da un punto di vista emotivo. Ma io credo che sia ancora possibile immergersi in questa sensibilità. Ad esempio, oggi  ascoltavo questi cinque minuti di introduzione in cui io non faccio niente e all’improvviso mi è parso di capire questa musica. Credo che sia questo quello che deve fare l’interprete, immergersi. Poi è chiaro che ci sono delle regole seguire, delle tradizioni, alcune da eliminare altre da rispettare. Tutto molto chiaro e molto giusto, ma non toglie la necessità di rivivere questa musica.

Non trovi, però, che così la personalità dell’interprete si sovrapponga a quella del compositore?

Sì, esatto! E io non ci vedo nulla di sbagliato in questo. È vero che l’opera poi può venire fuori deformata, però spesso questo non è negativo per i compositori. Ad esempio, io ora vivo a Berlino e capita che abbia contatti con dei compositori (ovvio non parliamo di Beethoven o di Brahms) e capita che a volte suonando opere di questi compositori io faccia qualcosa di diverso, loro mi guardino e mi dicano: “Sì, effettivamente così questo passa di più”. Poi chiaro che forse, per come ci immaginiamo la personalità di Beethoven, lui non sarebbe la persona più adatta ad accettare questi ‘extra’, però sono convinto che se questi extra venissero veramente da una necessità espressiva, anche lui non avrebbe avuto nulla da ridire. Per me il ruolo dell’interprete, dunque, non è secondario, è qualcuno che riscrive la musica. E infatti una cosa che si può fare è provare a riscrivere alcuni passaggi, così da vedere che “Il compositore ha scritto così, poteva andare di là, ma invece ha fatto questo”, così da percepire in un nuovo modo le differenze. E percepire è più importante che capire, per me.

Qual è quindi il rapporto di questo interprete con il pubblico e con le aspettative del pubblico nei confronti dei brani che va ad ascoltare?

Ecco io non vorrei che il concerto diventasse una sorta di rimedio al CD. Tipo “Non ho il CD di questo, fanno il concerto, lo vado a sentire” e magari voglio essere soddisfatto nelle mie aspettative. Questo non è l’approccio giusto per me. Io credo che una persona debba andare a concerto per essere stupito, per essere coinvolto, non semplicemente per riascoltare ciò che si aspetta di sentire. Ancora meglio se il pubblico non ha mai ascoltato i brani. Io mi immagino sempre ad esempio quale gioia sarebbe per me non aver mai sentito le ultime Sonate di Beethoven, o gli ultimi Quartetti, e poterli riascoltare per la prima volta. Chissà che emozioni proverei in quel momento.

Trovi che questo approccio più vivace e anche più protagonista dell’interprete possa avere un effetto positivo sul coinvolgimento del pubblico?

Io spero di sì. Chiaramente non voglio nemmeno arrivare alla figura di un interprete autoritario, di quelle che il pubblico magari adora semplicemente perché sì, che con il pubblico ha un rapporto dall’alto in basso. Questo può succedere a volte tra le star, che non si curano più minimamente della parte o la trasformano unicamente per vezzo personale. È diverso da ciò che intendo. Certo, c’è un gusto personale nel rivivere una parte, ma c’è gusto e c’è disgusto. Anche lì il confine è molto labile, ma è in quel momento che entra in gioco la conoscenza, oltre alla sensibilità. Ma è la sensibilità che dovrebbe sempre indirizzarti in prima istanza, secondo me. Percepire prima che capire, la pratica sopra la teoria, di questo sono sempre più convinto. Anche perché quando ti siedi al pianoforte non puoi semplicemente seguire delle regole, devi veramente ricreare. Ad esempio ieri ero a Milano, pianoforte diverso, qualità diverse, acustica diversa, pubblico diverso, l’orchestra anche inizia a suonare in maniera un po’ diversa, magari un fraseggio non deve necessariamente variare di tanto, ma il tipo di suono sì. O la differenza delle interazioni tra solista e orchestra, anche quella viene costantemente  ricreata.

Creare, sorprendere, rivivere. Questo è il tuo interprete. Ma quale può essere il ruolo della musica classica adesso?

Penso sia simile a quello che può avere la letteratura, ossia sviluppare una sfera emotiva e percettiva che altrimenti va completamente perduta. Empatia è la parola giusta per questo, per questa capacità di ascoltare i suoni, di apprezzare i suoni. Se lo perdiamo, come facciamo a vivere? Con la letteratura magari è più semplice, leggi una storia, mentre qui devi utilizzare un altro linguaggio, più astratto. Però certe cose sono talmente forti che veramente, se ti lasci permeare, rimani sconvolto. E questo è uno dei ruoli della musica classica, ancora, quello di poter sconvolgere emotivamente. E secondo me è ancora possibile sconvolgere qualcuno al giorno d’oggi, perché se tu, interprete, ti stai sconvolgendo, sconvolgi anche la persona che ti ascolta. È un’identificazione tra l’interprete e la musica e poi tra il pubblico e l’interprete. Ed è questo il ruolo che possono avere musica e interprete adesso.

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