«Porto in scena Virginia Woolf»: Alessandra Ferri torna alla Scala con Woolf Works

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Alla vigilia del debutto al Teatro alla Scala (previsto domani, 7 aprile),  si svela nelle parole della protagonista Alessandra Ferri Woolf Works, balletto del coreografo Wayne MacGregor su partitura del compositore Max Richter. «Oggi, a 55 anni, mi interessa portare in scena donne della mia età, nelle cui vite possa ritrovare esperienze e sentimenti che sono anche miei. Non ce ne sono molte nel repertorio di danza ed è importante che alcuni coreografi vogliano crearne. È un bel messaggio da dare: perché si capisca la bellezza della vita e dell’essere umano, in tutte le sue fasi. Una di queste donne è Virginia Woolf».

Il destino, come spesso accade nella vita dell’étoile, gioca un ruolo. «Nel 2015, appena tornata a danzare a sei anni dal mio addio alle scene, Wayne McGregor venne a New York a vedermi in Chéri e al termine dello spettacolo volle incontrarmi. Mi chiese di andare a Londra per essere Virginia. Conoscendo l’uso estremo del corpo nelle sue coreografie gli risposi che avevo 50 anni, ma lui ribatté: “Io ho bisogno dell’anima di Virginia e di te che sai raccontare una storia e portarmi nel tuo mondo”. Lavorai duramente per presentarmi al massimo della forma. Rischiai, sì: la vita è anche questo, vedere dove ci porta».

Al Royal Ballet lasciato trent’anni prima, l’artista torna per il primo balletto in tre atti del resident choreographer Wayne McGregor, che subito le appare rivoluzionario. «È uno spettacolo spartiacque. Wayne è riuscito a rappresentare la vita e l’arte della Woolf senza narrare, portandoci all’essenza: a quanto la lettura  dei suoi libri lascia dentro di noi».

«Tre i romanzi che orientano la drammaturgia di altrettanti balletti: Mrs. Dalloway in I now, I then, Orlando in Becomings, The Waves in Tuesday, attraverso i quali, continua l’étoile «la Woolf rivoluzionò la scrittura del romanzo inglese, abolendo il tempo cronologico. Proprio come nella vita: i ricordi ci accompagnano sempre, convivono in noi. Il coreografo non racconta la storie ma i personaggi dei romanzi ci sono tutti. Nel primo atto io interpreto sia Virginia Woolf che Mrs. Dalloway, l’identificazione è sfumata. Il secondo è un atto aggressivo, benché astratto, dove si percepisce la forza della scrittura. L’ultimo atto è anche metafora delle onde della vita, di quei flussi di coscienza che affiorano e se ne vanno. Altre fonti sono le due lettere che Virginia lasciò al marito e alla sorella e si allude anche ai bambini che la scrittrice non ebbe mai e che trovarono il suo corpo. Alla fine si comprende il suicidio della Woolf, ma è appena accennato, mentre all’inizio si sente la sua voce, nell’unica registrazione rimasta».

L’italiano Federico Bonelli, Principal dancer del Royal Ballet, è l’altro guest della ripresa scaligera. «Un danzatore di grande sensibilità» commenta la nostra artista. «Il nostro è stato un incontro molto bello, abbiamo imparato a conoscerci strada facendo. E mi ha aiutata molto, perché aveva già danzato tanti balletti di McGregor».

Entusiasmante per Alessandra Ferri anche l’accoglienza che a Wayne McGregor ha riservato il Corpo di ballo del Teatro alla Scala. «È molto bello vedere come i ballerini scaligeri si aprano a lui. D’altra parte il suo è il linguaggio di oggi e appartiene ai giovani. La vita va avanti».

Immagine Ph. Tristram Kenton

Info: teatroallascala.org

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