Palermo: il Guillaume Tell in francese apre la stagione del Massimo

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Il “Guillaume Tell” di Rossini inaugura con successo la Stagione 2018 del Teatro Massimo. L’opera mancava da Palermo da più di cinquant’anni, e per la prima volta è stata data nell’originale testo francese (ma senza i ballabili).

Una sfida per l’orchestra, guidata con mano sicura da Gabriele Ferro, e per il coro, superata con successo. Il coro in particolare ha dimostrato di cavarsela egregiamente, sia vocalmente sia nella partecipazione scenica. Considerato quanto la sua presenza sia fondamentale nel Tell, era questo un requisito imprescindibile per la buona riuscita dello spettacolo. Infatti l’ultima opera di Rossini segna non solo una nuova maniera del compositore pesarese ma anche un nuovo modo di pensare la presenza delle masse corali,  non più indistinte ma rappresentanti una specifica comunità sociale, che interagisce con i protagonisti.

È questo un elemento fondamentale del grand-opéra francese, di cui Guillaume Tell (1829) rappresenta uno dei primi esperimenti. Si guardi ad esempio al magnifico finale del II atto, dove gli uomini dei tre Cantoni ribelli si uniscono nel giuramento di lotta a Tell, Arnold e Walter Fürst, in un ruolo alla pari. Questo finale (che quasi anticipa un certo Verdi) è stato uno dei momenti più applauditi, anche perché reso magistralmente dal regista Damiano Michieletto, che distribuisce i tre protagonisti in un ideale triangolo spaziale (Fürst all’apice) mentre il coro si raggruppa intorno al grande albero caduto, che è l’elemento fondante della scenografia. Ogni Svizzero reca in mano un ramo (ovvia reminiscenza shakesperiana) che lo nasconde, creando al contempo una foresta. Riuscito e toccante anche il finale ultimo, con le belle luci radenti al suolo di Alessandro Carletti.

Ripreso dall’allestimento del Covent Garden del 2015, lo spettacolo, dall’ambientazione contemporanea, non ha convinto proprio tutto il pubblico della prima (mentre aveva entusiasmato quello dell’Anteprima Giovani). Come sempre, alcuni avrebbero gradito un allestimento coerente con l’epoca dei fatti narrati (il Medioevo in questo caso), né forse hanno giovato le anticipazioni giornalistiche sulle violenze del III atto (una pantomima di estrema forza sulle note del Pas des soldats). Le scene di Paolo Fantin e i costumi di Carla Teti non hanno nulla della pompa e del lusso che caratterizzava il grand-opéra nell’epoca del suo splendore, ma quel che l’opera perde in verosimiglianza storica, lo guadagna nel rendere la vicenda di Tell una storia universale di ribellione contro l’ingiustizia. Più vicino a quello di Schiller (dalla cui tragedia è tratto il libretto di de Jouy e Bis) che a quello del libretto, il Tell di Michieletto è un eroe per caso, un padre di famiglia che reagisce all’oppressione. Non a caso, nel famoso “Suis immobile” accompagnato dal violoncello, in cui Tell si prepara a tirare su suo figlio, il regista ha voluto far apparire in un angolo del palcoscenico la moglie Edwige che apparecchia la tavola, un momento di quotidianità tra le rovine.

Michieletto ha inoltre dotato l’opera di una cornice narrativa, forse non del tutto necessaria, facendo di Tell un eroe dei fumetti agli occhi del figlio Jemmy (l’ottima Anna Maria Sarra). Il ruolo del Tell storico era interpretato con ironia da Alberto Cavallotti, ancora una volta in scena in veste attoriale dopo Superflumina di Sciarrino.

Il cast è stato tutto molto applaudito.Trionfo soprattutto per Roberto Frontali che debuttava nei panni di Tell e per il sadico Gessler di Luca Tittoto (un habitué di questa parte). Meno convincente Mathilde interpretata da Nino Machaidze: la voce c’è, così come la bella presenza scenica, ma la cantante georgiana non è apparsa del tutto a suo agio nelle colorature rossiniane.  Convince pienamente invece l’Arnold di Dmitry Korchak : voce bella, morbida, adatta alla vocalità del deuteragonista. Grandi consensi per tutti gli altri, in primis la Hedwige di Enkelejda Shkoza: Marco Spotti (Walter Furst), Melcthal (Emanuele Cordaro), Rodolphe (Matteo Mezzaro), Enea Scala (Ruodi), Paolo Orecchia ( Leuthold),  Cosimo Diano (Un chasseur ). Festeggiatissimo il direttore Gabriele Ferro, qualche fischio al regista Michieletto che, attento e partecipe, ha assistito allo spettacolo dalla platea. In scena fino al 31 gennaio.

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