Omaggio a Debussy: intervista al pianista Matteo Fossi

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Quest’anno ricorre il centenario della scomparsa di Claude Debussy, figura cardine del Novecento musicale europeo. Uno degli eventi celebrativi più interessanti dedicati al compositore francese è senza dubbio lo spettacolo in scena al Teatro Vittorio Alfieri di Castelnuovo Berardenga, cittadina a venti chilometri da Siena, proprio nel giorno in cui ricorre il centenario (25 marzo 1918 – 25 marzo 2018).

Lo spettacolo propone un interessante percorso artistico culturale che ruota intorno alla personalità artistica di Debussy e si snoda in una suggestiva narrazione fra la sua musica e la letteratura dell’epoca affidata al pianista Matteo Fossi e alla voce narrante di Matteo Marsan, con la partecipazione di Aurora Ciolfi e Silvia Tognazzi e l’introduzione dello storico Giuseppe Scuto. In occasione di questo evento abbiamo avuto una piacevole conversazione con il maestro Matteo Fossi sulla genesi di questo progetto pregevole e al contempo originale.

Come nasce l’idea di questo incontro fra musica e letteratura al tempo di Debussy?

«Nasce sulla scia di un evento organizzato lo scorso anno al teatro Vittorio Alfieri di Castelnuovo Berardenga. Il direttore del teatro, l’attore e regista Matteo Marsan mi chiese di pensare a un nuovo ciclo di incontri e di spettacoli su letteratura e musica. Debuttammo con uno spettacolo su Kreisleriana di Schumann e Hoffmann, che ebbe un bel successo. Sull’onda di quel successo abbiamo deciso quest’anno di dedicare un evento a Debussy, approfittando del centenario della scomparsa che ricorre proprio il 25 marzo. Questo è uno spettacolo creato a sei mani da me, da Matteo Marsan e Giuseppe Scuto, storico e professore di filosofia, la cui cultura e passione per l’epoca francese di fine Ottocento e inizio Novecento è stata per noi foriera di spunti di riflessione molto raffinati e un po’ fuori dagli schemi. Protagonista dello spettacolo è la musica pianistica di Debussy con una sintetica carrellata che va da alcune delle sue prime composizioni per passare ai suoi primi cicli significativi con alcuni passi dalla Suite bergamasque fino alle opere più celebri della maturità come i Préludes e gli Études. Ogni brano musicale è intervallato da una lettura di opere non solo di Verleine, Rimbaud, Baudelaire, i poeti maggiori della letteratura francese dell’epoca, ma anche di scrittori di prosa, su tutti Proust che, a dire il vero, Debussy non amava molto, ma rivela straordinarie affinità tra alcuni passi della Recherche e alcune musiche in programma, e altri autori meno noti come Jarry, Fournier, straordinario romanziere morto in guerra a solo ventisette anni. La narrazione musicale e letteraria sarà accompagnata anche dalla proiezione di immagini di capolavori pittorici, uno per tutti Le ninfee di Monet».

Si tratta, dunque, di un percorso a tutto tondo tra Impressionismo e Simbolismo.

«Direi proprio di sì. Anche se un’ora e venti di spettacolo non può che dare una sintesi estrema di Debussy e degli altri autori in programma. Tuttavia, è un viaggio in quella straordinaria epoca che la Francia ha vissuto a cavallo fra i due secoli».

Tornando a Claude Debussy, qual è stato secondo lei l’impulso più significativo dato dal compositore al linguaggio musicale del Novecento, non solo francese, e oltre?

«Questa è una domanda difficilissima alla quale poter rispondere brevemente. Debussy è in assoluto il padre della musica moderna. Ciò che mi sorprende di più nelle sue partiture non solo pianistiche è la cura del dettaglio. L’aspetto più noto della sua musica e forse il più studiato è il fascino timbrico riferito non solo al pianoforte, ma anche al suono orchestrale, alle partiture sinfoniche, alla musica da camera o vocale. Nelle sue partiture Debussy scrive veramente tutto e talvolta noi interpreti andiamo un po’ lontano dalla sua musica semplicemente perché non osserviamo attentamente ciò che è scritto. Credo davvero che abbia lasciato un segno anche alla musica apparentemente lontana dalla sua, come la seconda Scuola di Vienna. Schönberg ammirò molto Debussy, lavorò sulle sue partiture, preparò trascrizioni della sua musica, pertanto è riconducibile il collegamento diretto alla corrente suddetta. In aggiunta la musica francese e non solo ha preso le mosse dalla sua musica, basti pensare a Messien, ma anche a compositori più recenti. Tutti devono moltissimo a Debussy».

Nella sua attività artistica che importanza ha la musica di Claude Debussy e la musica francese più in generale?

«Da un punto di vista affettivo Debussy è uno dei miei grandi amori che, grazie ai miei maestri, ho avuto la fortuna di scoprire fin da giovanissimo. In seguito ho avuto la possibilità di studiare un po’ tutta la sua musica da camera e solistica. Nell’ultimo periodo mi sono concentrato sulla produzione giovanile; in una recente registrazione uscita quest’anno, accanto a titoli più celebri come la Suite bergamasque, Pour le piano, Estampes, ho inciso brani di raro ascolto, a mio avviso straordinari non solo e non tanto perché anticipano il Debussy più maturo, ma perché rappresentano un’epoca. C’è anche il Debussy salottiero che, a mio parere, deriva dalla musica di Chopin e dalla musica russa. E anche lì la precisione del segno è straordinaria. Sono brani di una semplicità ritmica e armonica in cui le indicazioni espressive, agogiche e di fraseggio sono numerosissime. In futuro, a partire da settembre prossimo, con alcuni  straordinari musicisti porterò in tournée un progetto dedicato ancora una volta a musica e letteratura che comprenderà l’esecuzione integrale delle tre sonate superstiti delle sei che Debussy aveva intenzione di scrivere, per violino e pianoforte, violoncello e pianoforte, per flauto, viola e arpa, intervallate da letture proustiane ad opera di due grandi attori che al momento non svelo, con cui debutteremo alla Sagra Musicale Umbra. Il posto di Debussy è dunque privilegiato nella mia attività. Per quanto riguarda la musica francese in generale, una delle mie ultime incisioni discografiche realizzata con musicisti straordinari, compiendo un piccolo salto cronologico in avanti, riguarda l’integrale della musica da camera di Poulenc. Posso certamente dire che la musica francese ha sempre esercitato in me un fascino particolare».

Immagine di copertina: Claude Debussy

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