Momenti di trascurabile Felicità: una colonna sonora all’insegna della nostalgia

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Nel film “Momenti di trascurabile felicità”, per la regia di Daniele Luchetti, si narra la storia di Paolo, un giovane uomo (interpretato da Pif) alle prese con le sue piccole idiosincrasie quotidiane. Intento a mettere in pratica una delle sue fissazioni (quella di passare col rosso a un determinato incrocio), Paolo viene investito e muore. Per un macchinoso sistema di premi dall’aldilà gli vengono concesse ancora un’ora e 32 minuti di vita e in questi minuti il nostro eroe ripercorre la sua vita con la consapevolezza della fine a fare da lente d’ingrandimento sul significato di tutte le cose.

Ispirato all’omonimo libro di Francesco Piccolo e al suo sequel – “Momenti di trascurabile infelicità” – il film appare da subito come un’opera sulla nostalgia. Anche i libri che lo hanno ispirato sono basati su uno dei principi basilari nell’evocazione della nostalgia, ovvero sull’attenzione alle cose piccole, del presente ma soprattutto del passato, sulla loro valorizzazione per farne un terreno comune dove convalidare il legame con gli altri.

Ma la nostalgia in questo film non è solo quella fatta delle piccole cose personali. La nostalgia qui è evocata soprattutto grazie alla colonna sonora. Come ha descritto bene Emiliano Morreale ne “L’invenzione della nostalgia” quest’ultima è un sentimento prevalentemente generato dai media. Il cinema, come tale, ha molti strumenti per l’evocazione di tale sentimento e uno di questi è sicuramente la musica.

La colonna sonora firmata da Franco Piersanti è una freccia che va dritta al cuore dello spettatore e ai suoi sentimenti infantili o adolescenziali (altro elemento tipico della nostalgia: l’infantilizzazione della sfera sentimentale). La nostalgia è un’emozione di seconda mano: spesso abbiamo nostalgia di periodi che non abbiamo nemmeno vissuto. Ne è la prova il fatto che la generazione dei protagonisti (quarantenni con figli) viene accompagnata non solo da canzoni della sua infanzia (“L’estate sta finendo” o “Un’emozione da poco”) ma anche da canzoni che in quell’epoca erano già per conto loro nostalgiche (si veda per esempio “Voglio vivere così”, scritta quarant’anni prima).

Lasciando da parte canzone di Charlotte Gainzbourg, il secondo brano, lo spagnolo “Historia De Un Amor”, del 1955, interpretato dalla cantante messicana Guadalupe Pineda, è stata interpretata – negli anni – da moltissimi artisti tra cui Iva Zanicchi, Mietta, Laura Pausini, Orietta Berti e Nicola Di Bari. Altro elemento tipico della nostalgia: il revival, il ramake, il rifacimento.

Il resto della musica lega in modo perfetto tutti i diversi momenti di un film costellato da vecchi giochi da tavolo, orologi con le lancette messi in cucina e in camera da letto, vestiti vintage, mobili dipinti a mano, partite di calcio viste al bar, colori, sapori riscoperti, come quello anelato dal ‘caronte’ Renato Carpentieri, che – lontanissimo ormai dalla terra – desidera riappropriarsi di un sapore cui era affezionato, quello del caffè, salvo poi rinunciare a causa delle troppe opzioni che gli vengono proposte (il rifiuto della modernità del caffè in vetro o del caffè al ginseng…).

I fenomeni nostalgici sembrano – e sono, per certi versi – nemici della creatività, e con essa del progresso, perché ripropongono materiale culturale già ampiamente consolidato e digerito e il cinema italiano fa spesso ricorso al passato per narrare il presente, forse – come suggerisce anche il film, questo accade per paura del futuro.

L’effetto conclusivo del film è dunque del tutto rassicurante: ripercorrere un film sulle piccole cose, costellato da questi riferimenti culturali – musicali, di ambientazione – fa sentire a casa. A riprova che, consumando tutti i medesimi prodotti culturali, abbiamo tutti le stesse nostalgie.

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