Metti una sera a New York: il successo di Wicked, una “macchina ideologica” targata Broadway

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Può capitare di trovarsi a New York di passaggio (io ero lì per un impegno accademico) e di avere una serata libera: cosa andare a vedere, ammesso di trovare i biglietti? Se ho deciso per un musical a Broadway invece che per un’opera al Met è anche pensando a questa rubrica. Considerando lo spirito che vi aleggia non c’è da stupirsi. Esplorare i confini dell’opera-come-neutro-plurale cercando di rinegoziarli nel modo più inclusivo possibile è in fondo il principale obiettivo di questi miei interventi.

Il musical che ho visto il 13 marzo al Gershwin Theatre è Wicked, una specie di “prequel” del Mago di Oz, musica e “lyrics” di Stephen Schwartz, in scena da quindici anni ininterrottamente. Che cosa mi ha colpito di questo spettacolo? Innanzitutto, come tutte le altre volte che ho visto un musical “dal vivo” a Londra o a New York, il livello (sia in senso quantitativo che qualitativo) di mediatizzazione del “live”. Tutti gli attori-cantanti sono ovviamente amplificati (anche se il radiomicrofono color carne è ormai invisibile a occhio nudo) e lo stesso vale per i musicisti in buca.

Di fatto non si sente nulla (o quasi) che non provenga dalle casse sparse dappertutto, anche nella sala. Non a caso il direttore d’orchestra (Joe Mantello) dirige con le cuffie. Il sound, tanto canoro quanto strumentale, è controllato in tempo reale. Dal punto di vista (o di ascolto) di un aficionado del teatro d’opera, questo spettacolo ben difficilmente potrebbe essere considerato un “live” in senso stretto: semmai un “live assistito” o multimediale, o qualcosa come un evento “postprodotto in tempo reale”. Dell’introduzione in campo operistico dell’amplificazione vocale e dell’idea di una “mixed-media performance” (l’espressione è di Philip Auslander) ho parlato a proposito dell’operetta Die Perlen der Cleopatra di Oscar Straus messa in scena da Barrie Kosky a Berlino.

È grazie all’amplificazione che la voce non impostata “da cabarettista” di Dagmar Manzel ha potuto essere assimilata, con risultati invero straordinari, al resto del cast. D’altronde, dal punto di vista quantitativo, le voci liriche sono anche voci autoamplificate. La loro frequente introduzione nel campo del musical porta sempre con sé un effetto di décalage stilistico interessante: così per esempio col personaggio di Carlotta nel Fantasma dell’opera di Lloyd Webber oppure, in Wicked, col personaggio di Glinda, la strega “buona” che nella prima scena inneggia alla morte della malvagia Strega dell’Ovest con acuti sopranili in stile dichiaratamente operistico.

Comunque sia, la musica di Schwartz non mi sembra all’altezza del grande successo che ha saputo suscitare. Poche idee continuamente ripetute senza però una vera e propria elaborazione leitmotivica. Forse anche per questo hanno una grande importanza drammaturgica le parti recitate che tengono ben separati fra loro i numeri musicali, in controtendenza rispetto al modello del cosiddetto “integrated musical” fondato piuttosto sulla continuità musicale (l’assorbimento di tutti gli elementi dello spettacolo nella musica). Fatto sta che questo ritorno della recitazione e dello stop-and-go nel rapporto tra musica e dramma mi sembra molto interessante e tutt’altro che privo di utili insegnamenti per chi volesse riproporre in modo aggiornato la drammaturgia mista di generi operistici o paraoperistici quali l’opéra-comique (ah una Carmen fatta così, come un “musical”, con tutte le parti recitate in bella evidenza!), l’operetta, la zarzuela, ecc.

Ma la cosa più rilevante di Wicked è senza dubbio la sua natura di “macchina ideologica”, con tutte le ambiguità del caso. Basti dire che la strega anticonformista, costretta dalla sua bontà a diventare cattiva, Elphaba, si scopre essere figlia illegittima del suo nemico, il Mago di Oz, che come sappiamo è in realtà un truffatore, un imbroglione abbastanza meschino. Che la popular culture americana possa essere molto sofisticata lo abbiamo imparato leggendo, tra gli altri, Slavoj Žižek: le sue analisi dei blockbusters hollywoodiani come complesse “formazioni” (in senso psicoanalitico) ideologiche sono diventate giustamente famose. Wicked sarebbe un caso perfetto da essere affrontato in questa chiave: l’amore/odio tra Elphaba e Glinda attraversa l’immaginario del potere occidentale contemporaneo illuminandone molti lati nascosti e perfino oscuri, inquietanti.

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