Maurizio Baglini: il direttore artistico

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Recentemente riconfermato come Consulente musicale presso il Teatro Verdi di Pordenone, Maurizio Baglini affianca da molti anni alla sua attività pianistica quella di direttore artistico e organizzatore. Lo incontro a Bologna, città dove vive con la violoncellista Silvia Chiesa, per approfondire la storia e le sue idee.

Com’è iniziato il tuo percorso di direttore artistico?

Tutto è cominciato grazie a Gidon Kremer nel 2000, quando avevo 25 anni. Ero andato a suonare al Lockenhaus, il suo festival, e ricordo che mi disse quanto fosse importante che i giovani venissero sensibilizzati all’organizzare produzioni musicali. Tornai da questa esperienza con l’idea di creare qualcosa. Ho ancora le bozze quei primi tentativi: iniziavo sempre con “Progetto” e poi subito “Sovvenzione”, partendo da come trovare dei soldi per poi pensare a cosa costruire. Capii ben presto che al contrario si parte dal progetto e poi si vede se si trovano le risorse. Questa è la logica che seguo ancora oggi, a diciassette anni di distanza. Nel 2003 andai a suonare in Toscana in alta maremma, perché Paolo Fazioli aveva venduto un pianoforte ad un avvocato che suonava splendidamente, Stefan Giesen, con il quale decidemmo di imbastire un progetto di festival. Nacque quindi il preludio all’Amiata Piano Festival che nel 2005 è sfociato nella prima edizione. Insomma, ci ho messo cinque anni per elaborare il suggerimento di Kremer! Conobbi poi Claudio Tipa, amministratore delegato della ColliMassari, che si era stabilito lì da poco e che ospitò due concerti nella sua cantina. Il rapporto umano con Claudio Tipa, sua moglie e la sorella, Maria Iris Bertarelli fu importante e con Silvia Chiesa, la mia compagna, decidemmo di offrire un programma più eterogeneo che andasse fuori dal semplice pianoforte. Questo progredì in maniera così convincente, che una sera Claudio chiese a Silvia cosa ci mancasse per avere la situazione ideale. Lei disse che sarebbe stato bello poter avere un auditorium. Lui le rispose che lo avremmo avuto. Nel 2015, a dieci anni di distanza, abbiamo inaugurato l’auditorium e quest’anno siamo arrivati alla tredicesima edizione. Molto lo dobbiamo alla Fondazione Bertarelli, che ha i mezzi per sostenere delle idee, ma per essere convincenti devi avere delle idee forti. Per noi la sfida fu portare la musica dove la musica non esisteva, in un territorio dove il centro abitato più vicino è Grosseto a trentacinque chilometri di distanza. Nel 2015, grazie a queste esperienze, venni chiamato come Consulente musicale al Teatro Verdi di Pordenone, dove ora sono stato rinnovato  per altri tre anni. Situazione diversa, si tratta di un ente pubblico, con una forte tradizione di prosa e una dimensione musicale importante, ma dove ho cercato di costruire dei progetti individualmente riconoscibili, con un presidente che è un grande manager, Giovanni Lessio, e con l’anima storica del teatro, il consigliere Mario Puiatti. Il punto di svolta, però, è arrivato con il nuovo direttore, Marika Saccomani. Per capire il suo impegno basti pensare che a Ferragosto alle 12.38 con quaranta gradi era insieme a me in teatro ad accogliere la Gustav Mahler Jugendorchester! Si è trattato di un evento che ha coronato uno dei nostri obiettivi principali: dare veramente spazio ai giovani.

Già che si parla di giovani, quali sono i consigli che daresti a dei giovani musicisti che si approcciano alla carriera? A cosa dai importanza come direttore artistico?

I giovani o fanno repertorio extra-ordinario oppure fanno repertorio ordinario in modo extra-ordinario. Credo che non si debba aver paura di un’individualità interpretativa e bisogni sempre essere curiosi per scoprire repertori che non fanno parte del circuito tradizionale. E bada bene, anche di Beethoven conosciamo la metà di quello che ha scritto, non parliamo solo di minori! Soprattutto non devono aver paura del giudizio accademico. Si confonde troppo spesso il rispetto del codice del testo, che è il punto di partenza, con il rispetto di una tradizione consolidata, che vuol dire abitudine, qualcosa che non si tocca perché è sempre stato fatto così. È una cosa che non sopporto anche nella vita quotidiana. Se si dovesse dare per assodato che la tradizione abbia sempre ragione, non dovremmo più proporre il repertorio classico. Dopo quello che è stato fatto da grandi interpreti come Horowitz, Benedetti Michelangeli e Richter, cosa vuoi fare? Puoi solo suonare in modo diverso e la diversità è alla base di quello che facciamo.  L’individualità è fondamentale, perciò io prendo raramente progetti che circolano per i circuiti e se devo dialogare con agenti e promotori, cerco sempre di fare in modo che collaborino con le mie idee. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di un direttore artistico.

Quali sono state, quindi, le prime sfide che hai affrontato a Pordenone?

Una sfida ancora in corso è quella di dare alla musica da camera pari dignità rispetto alla sinfonica. Si pensa, anche lì per abitudine, che un teatro di ottocento posti debba fare solo sinfonico. Benissimo, piace molto anche a me, costa molto però va bene, ma dove sta scritto che una sinfonia sia più importante di un quartetto? Un Trio Arciduca di Beethoven vale quanto una Settima Sinfonia. Per questo sono nati i progetti speciali di conferenze-concerto su argomenti cameristici, conferenze che vengono poi trascritte e pubblicate. Ad oggi abbiamo avuto Piero Rattalino, Sandro Cappelletto, ora verranno pubblicate quelle di Stefano Catucci, e quest’anno abbiamo Angelo Foletto. Ma è una sfida, perché c’è ancora il pregiudizio da parte del pubblico dell’inferiorità della musica da camera, mentre proprio quella, secondo me, dovrebbe tornare a far parte di un teatro. A livello di consumazione quotidiana è la letteratura più importante e più prolifica. Poi la seconda sfida è quella di continuare con la produzione di nuovi lavori. Dopo Azio Corghi, quest’anno abbiamo commissionato un lavoro a Carlo Boccadoro e Sentieri Selvaggi. E poi c’è il premio all’educatore, ovvero al divulgatore musicale. Abbiamo premiato Piero Rattalino, Quirino Principe, Salvatore Sciarrino e andremo avanti. Ecco, tutto questo fa capire che un ente pubblico come un teatro non deve avere il pallottoliere come prerogativa. È ovvio che piaccia a tutti avere il teatro pieno, ma il riempimento di un teatro dev’essere la conseguenza di un progetto culturale, non la priorità. Altrimenti per riempire il teatro basterebbe replicare quello che fa la televisione. E allora verrebbe a mancare il dovere, anche morale, dello statuto stesso di un teatro che afferma “fare cultura”.

Parlando di televisione, pensi che ci possa essere più spazio per la musica classica oppure non è quello il suo posto?

Penso che lo spazio ci sia e l’opera di divulgazione di Bernstein ce lo conferma. Già oggi c’è una presenza sempre maggiore di musica, ma è spesso confinata in canali per addetti. Io penso che possa essere possibile inserire una programmazione pomeridiana dedicata alla musica classica e alle arti figurative. Ma la risposta, più che dalla tv generalista, viene dal fatto che si prende una maturità dovendo sapere chi è Dante Alighieri, ma ignorando tranquillamente chi sia stato Giuseppe Verdi. Finché la musica non farà parte della nozionistica primaria, la televisione farà ben poco, perché rincorre l’auditel e quindi sarà d’accordo con chi vuole fare solo il teatro pieno. Tutto ciò si fonda sulla convinzione che l’intrattenimento debba essere per forza in contrasto con la cultura, cosa secondo me non vera, e che intrattenimento voglia dire banalizzazione.

Ti aspettano altri tre impegnativi anni a Pordenone: qual è un sogno grandioso che vorresti portare in teatro?

Sto lavorando a due progetti, che fatti bene costano veramente molto. Vorrei portare la Nona di Beethoven, che tra coro, solisti, orchestra e direttore è piuttosto impegnativa e farla male o con compagini orchestrali modeste non ha senso. L’altro sogno sarebbe portare un’opera di Wagner. Prendiamo già dall’ente lirico di Trieste delle splendide produzioni, ma l’opera non è solo italiana e secondo me è importante far scoprire Wagner, non per snobismo, ma perché vorrei far scoprire al mio pubblico colui che ha cambiato la concezione dell’arte. Dico mio pubblico, perché Pordenone è una città di cui ormai mi sento parte, in cui vivo oltre due mesi all’anno, molto più di quanto previsto dal contratto, e con cui mi identifico. Sono due sfide importanti per cui confido nella fiducia che un manager come Lessi mi ha sempre dato e che io ho sempre posto in lui. Poi un sogno nel cassetto, anche se realisticamente poco fattibile, sarebbe fare la Sinfonia dei Mille di Mahler. Chissà, bisognerebbe fare un po’ di spazio perché con trecento coristi e duecento orchestrali, se non è dei Mille è almeno dei Cinquecento.

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