Lo sguardo oltre: Kirill Petrenko a Santa Cecilia

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È sfida ardua recensire il concerto che Kirill Petrenko ha dato alla guida di Coro e Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sabato 6 aprile, al Parco della Musica di Roma.

Questo perché le interpretazioni del direttore siberiano, cui la consacrazione a prossimo direttore musicale dei Berliner ha donato l’aura del mito, sfuggono facilmente al tentativo di contenerle in categorie. Ma lo sforzo non sarà vano se potrà restituire una visione della sua Nona di Beethoven. Alle prese con il capolavoro beethoveniano, infatti, Petrenko ha offerto una lettura di tesissima concentrazione. Lo si sentiva già nelle prime note dell’Allegro ma non troppo, in cui un’orchestra ancora fredda è riuscita comunque a restituire quel senso di incombenza, di qualcosa in procinto di arrivare. Ma quando finalmente la tensione si accinge a trovare la sua naturale risoluzione, Petrenko trattiene. Il direttore non lascia mai a briglia sciolta l’orchestra, non ne esalta il dinamismo, né l’espansività cantabile o il piglio furibondo. In tutta la Sinfonia, orchestra e coro hanno trattenuto ogni sfogo, sublimando in precisione senza perdere di drammaticità e con un fraseggio le cui minuziose inflessioni rasentavano il parlato.

Simile, eppure diverso, il secondo movimento: anche qui il fremente dinamismo è stato ben imbrigliato,  ma anziché il dramma a dominare è stata la danza. Il vivace Scherzo ha dimostrato sotto la bacchetta di Petrenko tutto il suo carattere di robusta danza popolare, dal chiaro sapore bucolico e con marcato e vibrante impulso ritmico. Questo effetto è stato realizzato tanto insistendo sulla nitidezza dell’attacco – basti pensare alla compattezza ottenuta dai legni – quanto sulla ricerca timbrica realizzata con il timpanista Antonio Catone, splendido nei suoi interventi. Anche il Trio si è mantenuto saldo e compatto, di una cantabilità dolce ma sobria e senza grandi effusioni.

Questi medesimi aggettivi si potrebbero applicare anche al terzo movimento, interamente giocato sulle mezze dinamiche. Contenuto il range dinamico, Petrenko si è così dedicato in tutto il movimento sul puro fraseggio. Le frasi si susseguivano sempre diverse, con vertiginosa cura dei dettagli, ma senza mai cadere nel manieristico o nell’affettato: l’Adagio molto è stato una conversazione interiore, tra preghiera e contemplazione, senza però mai perdersi in estatiche visioni. Troppo forte era infatti il profondo carattere corale del movimento, che ha esaltato gli scambi tra sezioni, quasi dialogo dell’orchestra con se stessa.

Dopo un travolgente inizio, un po’ confuso in realtà, il Finale ha confermato con chiarezza la concezione corale e dialogante. Ciò che però del Finale mi ha stupito maggiormente è stato l’approcciarsi dell’Inno. Fin dai suoi primi accenni, Petrenko ha evidenziato la tensione scura e battagliera del celebre tema, che si scava letteralmente il suo percorso dalle profondità alla luce. Solo seguendo quest’idea, forse, è possibile comprendere il solo del basso-baritono Hanno Müller-Brachmann, splendidamente realizzato con nervoso e al contempo fiero piglio, perfettamente rispondendo al gesto di Petrenko. L’entrata del coro non è stata quindi un atto di gioioso riconoscimento, bensì una risposta affermativa: il coro si è unito nella battaglia per conquistare gioia e fratellanza, sulla cui vicinanza con l’idea di libertà è stato già molto scritto. Splendide le esecuzioni dei cantanti solisti: il soprano Hanna-Elisabeth Müller, capace di farsi sempre udire con chiarezza il contralto Okka von der Damerau, dallo splendido tono scuro e severo, il tenore Benjamin Bruns, estremamente espressivo, e il già citato Müller-Brachmann, tutti assolutamente coerenti con la visione di Petrenko. Solo nel finale, Prestissimo e Maestoso, si è raggiunta una reale affermazione, ma anche qui né orchestra né coro sono stati abbandonati: la direzione di Petrenko è sempre trattenuta, controllata, ma al contempo mai smorzata. Il discorso musicale era tenuto vivo trasformando l’energia trattenuta in tensione espressiva, il controllo in concentrazione. Kirill Petrenko è un mistico della definizione, la sua precisione si fa esaltazione, il suo controllo si fa elevazione.

Non è un caso che il gesto del direttore sia così ricco di dettagli: nulla è lasciato al caso, tutto è pensato, ponderato, scolpito nella materia sonora. Nella Sinfonia ogni voce aveva la sua dignità, anche a costo di sacrificare la scorrevolezza o la chiarezza delle linee principali. Certo, una tale profusione di dettagli timbrici, dinamici e di fraseggio potrebbe correre il rischio di dispersività, ma la totale concentrazione di direttore, orchestra e coro lo ha decisamente evitato. E bisogna ammettere che tale dettagliato controllo di una polifonia che si fa coralità ha splendidamente esaltato la forse non ortodossa ma assolutamente geniale orchestrazione beethoveniana. L’uso dei legni, gli impasti degli ottoni con gli archi, la centralità dei timpani, la cura di ogni scelta timbrica, anche la più aspra, sono risultati lampanti nell’ascolto della Nona diretta da Petrenko, che nelle ampie fasce di saturazione nei registri acuti e nell’inesauribile percorso verso l’astrazione del timbro ha mostrato più volte punti di contatto con il mondo sonoro delle ultime Sonate e degli ultimi Quartetti.

Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile, ovviamente, senza la compartecipazione dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che attentissimi dalla prima all’ultima nota hanno saputo dimostrare una duttilità e una ricettività al gesto del direttore che aveva dell’incredibile. Memorabili le morbide sonorità dei corni, così come la severa perorazione di violoncelli e contrabbassi, con robusto ma mai rigido attacco, ma tutta l’orchestra ha dato splendida prova. E con essa il coro, che ha dimostrato il proprio altissimo livello: è un concreto dolore pensare che un’istituzione in cui la tradizione storica si unisce a un’indubbia qualità artistica si trovi adesso sul piede di guerra di fronte a problemi di turnover e ridimensionamento. Proteste che durante il concerto hanno fortunatamente ceduto il passo ad un far musica splendido e totale.

Si può dunque ben comprendere perché, al di là di quell’aura mitologica che prima menzionavo, il pubblico abbia accolto con trionfanti ovazioni il direttore, applaudito con entusiasmo dagli stessi musicisti. Questa Nona di Beethoven con Petrenko, d’altronde, è senza dubbio una di quelle produzioni che l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia potrà ricordare per molti anni a venire.

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