Le storie brevi di Carolyn Carlson

in cover story

Un ingresso in scena ex abrupto, prima che qualsiasi suono veicoli l’attenzione, è quello che Carolyn Carlson riserva al pubblico del Piccolo Teatro di Milano dove per tre giorni (4-6 giugno) si avrà la possibilità di ammirarla, vera e propria leggenda della danza contemporanea, accompagnata da tre ballerini della sua compagnia, nello spettacolo Short Stories.

Il primo assolo, Immersion, è interpretato dalla grande coreografa; si presenta sobria, austera, vestita di nero, con pantaloni larghi e maglia aderente a un corpo che ha ancora molto da esprimere. La scena è vuota, solo due bassi tavolini disposti in diagonale che le serviranno per interagire con l’elemento chiave cui la coreografia rende omaggio: l’acqua. Tutto concorre a rendere l’atmosfera liquida: dalla partitura di suoni e suggestioni naturalistiche, che riproduce il rumore del mare o lo stillicidio di una goccia, alla sequenza di movimenti della Carlson che quella goccia vuole afferrare, di quell’acqua si vuole bagnare. Anche la striscia di luce blu ai piedi di un fondale completamente pece richiama un fiume che scorre o un cielo (umido) capovolto. Kakuzō Okakura scrisse che «quando l’uomo intuì l’uso che si poteva fare dell’inutile fece il suo ingresso nel regno dell’arte» e tale è il regno della danza dove (spesso) il movimento appare inutile, perché sciolto da un logos che pretende servitù; il gesto invece rivendica il diritto di bastare a se stesso, pretende libera consistenza, originale monumentalità, poetico risalto. Non si prescinde però dalle leggi della retorica, ed ecco quindi il ricorso continuo alla climax in cui la progressione del ritmo corporeo da una parte e la saturazione del suono dall’altra conducono al picco oltre il quale non si può che ricominciare da capo. Dissolvenza…

Diverso l’inizio della seconda coreografia (Chinastu Kosakatani e Yutaka Nakata), un passo a due ispirato all’antico principio del Tao: la musica stavolta precede un’epifania visiva che tradisce subito (per i lineamenti dei ballerini) l’orizzonte culturale di riferimento. L’eterna lotta tra maschile (Yang) e femminile (Yin) è però dominio di ciascuno, siamo tutti invischiati in questo ambiguo corpo a corpo che si alimenta di violenta tenerezza e provvisoria risolutezza. Emblematica la contesa – ritmata da un tactus in progressiva crescita – dell’unico accessorio presente in scena, un bastone rosso dapprima monopolio del maschio, ceduto poi alla femmina in cambio del gesto che l’aveva caratterizzata sin dal principio: la bocca spalancata in silente urlo con una mano che le sfiorisce davanti. Di suggestiva e conturbante eleganza è l’effetto dei corpi posti su fondali monocromatici che nella ricerca di cangianti gradazioni ricordano, in parte, il magistero di Bob Wilson. Alla fine della coreografia l’uomo si siede dandoci le spalle, tenendo il bastone in mano; la donna, inginocchiata, lo ricopre di ideogrammi in carta di riso, espressioni di un logos che gronda sudore. Dissolvenza…

Ancora differente l’incipit dell’ultimo assolo, Mandala, ispirato all’ensō (simbolo sacro nel buddismo Zen). Si apre il sipario, buio in scena, parte la musica ipnotica composta da Michael Gordon che, dovendo alludere alla figura base del cerchio, propone un modulo ritmico-melodico ostinato su cui fioriscono di volta in volta frammenti motivici. La rigorosa scrittura per sottrazione della Carlson trova il suo compimento: lo stage è una caverna spoglia, solo un nero fondale ne traccia il confine. Un cono di luce centrale segnala lo spazio entro cui la ballerina (Sara Orselli) può girare su se stessa, in assenza di seduttivi cromatismi, solo lunghi capelli che si librano nell’aria disegnando una circonferenza. Dissolvenza…

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