La musica che siamo: intervista a Gabriella Sborgi

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La profonda conoscenza e la pratica del repertorio contemporaneo e del Novecento è una qualità rara nel mondo italiano del bel canto. Questo mondo il mezzosoprano Gabriella Sborgi lo conosce, lo pratica e lo insegna da molti anni. In occasione di una prossima master class che terrà dal 4 al 6 maggio 2018 a Novara presso l’Istituto Musicale Brera (vedi link) abbiamo intervistato la nota cantante che, oltre all’impegnativa attività d’interprete che la porta con successo sui palcoscenici di tutto il mondo, ama incontrare i giovani per riversare anche su di loro il proprio entusiasmo per la lirica, per la liederistica, per il teatro, senza confini di tempo e di luogo. Lo si è capito subito, fin da quando il caso l’ha obbligata a scegliere, giovanissima, tra pallavolo corsa campestre e musica. La mancata campionessa ha lasciato senza rimpianti il posto alla musicista che oggi, con lo stesso piglio di un atleta, non si pone limiti alla ricerca e allo studio di un brano musicale o di un personaggio idoneo a far emergere quanto nasconde la sua personalità di artista sensibile, determinata e consapevole.

Partita da Milano ha percorso l’Europa per carpire i segreti del melodramma e del repertorio cameristico, con particolare attenzione al Novecento: «Ho iniziato i miei studi da piccola alla American School of Milan ed è qui che un insegnante ha scoperto la mia vena musicale consigliando a mia madre di iscrivermi al Conservatorio, di cui non conoscevo neppure l’esistenza. Ho studiato con Giovanna Canetti e Daniela Uccello a Milano e successivamente con Luisa Castellani al Conservatorio di Lugano. Il mio interesse per il canto è andato via via crescendo e ho cercato di ampliare i miei orizzonti perfezionandomi a Londra con Martin Isepp e Leonard Hancock, a Nizza con Dalton Baldwin, a Parigi con Frederica von Stade, James Conlon, etc. seguendo i corsi del Centre de Formation Lyrique de l’Opera. Fondamentali sono stati i concorsi (Cardiff, Fondazione Walton, As.Li.Co) che molto hanno dato alla mia formazione artistica».

È così che nasce un jolly? Che si “costruisce” una voce, un’artista eclettica, pronta ad affrontare ogni ruolo di mezzo soprano, con una spiccata attitudine al repertorio del secolo scorso? da Britten a Ravel, da Menotti a Stravinskij, a Bernstein, Janacek, Berio…? Ma non solo. Infatti il suo prossimo impegno, a Catania, è Adelson e Salvini, una rarità di Vincenzo Bellini. Per un’artista che sembra votata alla musica dei nostri tempi potrebbe sembrare una sfida. E perché? Visto che Gabriella è partita da Mozart (Così fan tutte, Nozze di Figaro ecc. e non sono mancati nel suo percorso Verdi, Rossini e Donizetti, Massenet, Schumann, Brahms e Mahler).

Dice di amare il teatro di prosa, ma non trascura la narrativa (adesso è il turno di Dostoevskij) e la poesia (Garcia Lorca, Stanescu e Rilke, tra i tanti). Potrebbe bastare forse, ma non per Gabriella, assidua frequentatrice di milonghe, dove il tango le consente di dare sfogo alla sua esuberante fisicità. Non le basta la voce, per lei il palcoscenico è il mondo e il mondo è movimento. E come muoversi bene se non a ritmo di tango? Insomma per Gabriella la vita è il centro di un incrocio in cui confluiscono tante realtà che ne sollecitano continuamente la curiosità: un dipinto, una poesia, una commedia, un film o un’altra musica anche se possono sembrare lontani dal suo mondo che è il canto, sono invece stimoli che nutrono le sue passioni segrete. Infatti, ecco che all’improvviso spunta il jazz, che Gabriella ama incondizionatamente. Ci sarà altro? Non è possibile dubitarne. «Ah ecco, me ne stavo dimenticando. C’è stato il cinema con il film Gianni e le donne di Gianni Di Gregorio (Festival di Berlino 2011), e una partecipazione straordinaria con Lieder di Schubert al tour di Vinicio Capossela».

A questo punto mi sorge un dubbio: siamo poi così sicuri che Gabriella non sia rimasta un po’ anche atleta? Non sarà pallavolo o corsa campestre, ma quando nella propria attività si è costretti a dare sempre tutto per arrivare al primato e coinvolgere il pubblico lasciandolo senza fiato, possiamo esserne certi, anche questo è atletica. «Essere atleta ha in comune con ciò che mi piace della musica il sapere affrontare la fatica e il sacrificio, l’adrenalina dell’esibizione, il controllo e la conoscenza del proprio corpo e di sé, l’umiltà, le grandi emozioni. Ciò che non amo invece è l’agonismo, la competizione a qualunque costo, il canto-mercato. Preferisco pensare e vivere la musica come una dimensione di collaborazione, fusione e scoperta quasi metafisica».

La prossima master class la porrà di nuovo in contatto con un folto gruppo di giovani. In estrema sintesi quale consiglio può dare a un cantante che voglia intraprendere questa difficile professione?

«Studiare studiare studiare! Imparare le lingue! Essere, appunto, sportivi e aperti a persone, generi musicali, repertori, letture, esperienze. Tutto il nostro bagaglio arricchisce la musica che siamo e la musica che facciamo».

Quando ha scoperto anche la passione per l’insegnamento? 

«Anni fa, in California, USA e successivamente in Russia, a Krasnoyarsk quando unitamente a dei concerti mi chiesero di dare un contributo agli allievi dell’ Università del posto. Ho consolidato poi un mio metodo negli anni in cui ho insegnato all’Accademia del Cantante Attore fondata da Martone e Livermore a Torino. Amo insegnare anche perché è la prospettiva più strategica e il miglior motore per continuare ad imparare. Mi metto sempre nei panni dell’allievo che ho di fronte».

Tra le sue numerose attività ci sono anche i dischi. Qual è il suo ultimo cd?

«Torwards Verklärte Nacht, un’antologia di capolavori comprendente un Lied inedito di Schönberg, e altri Lieder di Brahms, Berg e Zemlinsky. È stato entusiasmante poter tornare alla mia passione per la musica da camera con musicisti di rango e sublimi compositori. Autori che ho voluto approfondire anche nel mio ultimo recital, “INNIG”, concerto in cui ho scelto un percorso poetico e drammaturgico attraverso le atmosfere delle musiche di Hahn, Faurè, Britten fino a Kurt Weill, Liszt, Webern e Mahler». 

Quale sarà il suo prossimo impegno concertistico?

«Sono felicissima dell’invito di Beatrice Rana per il suo Festival Classiche Forme a luglio, in occasione dei festeggiamenti intorno a Bernstein e alla musica colta americana. Faremo musica insieme. Per di più nella regione del mio cuore, la Puglia». 

E quello operistico?

«Il mio primo Bellini (Adelson e Salvini) a Catania a fine settembre, diretta dal maestro Carminati.  Mi sembra un sogno, dopo tanta musica contemporanea, approdare alla quintessenza del belcanto. Quasi un premio, direi, una catarsi»

Il suo direttore e il suo regista preferiti?

«Myung-whun Chung, per la sua poesia. Diego Fasolis per la sua energia vulcanica. Juraj Valčhua per la sintonia, la comunione di intenti. Non vedo l’ora di lavorare ancora con lui dopo il Faust di Gounod al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Jenufa di Janacek e Peter Grimes di Britten al Comunale di Bologna. Per quanto riguarda i registi, li ho amati davvero tutti. Ho un ricordo intenso del mio provino per Cosi fan tutte con Strehler per come mi ha strapazzata e incoraggiata durante l’improvvisazione di una scena di Don Giovanni ma ad ognuno sono grata per gli insegnamenti e per come mi hanno accompagnata o spinta! in ogni trasformazione e creazione del personaggio».

Le figure a cui si ispira? 

«Da piccola, mi segnarono Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela e Ingrid Bergman nel film Anastasia. Fra le tante cantanti meravigliose, Lorraine Hunt, Christa Ludwig e Anne Sofie von Otter».

Il repertorio del Novecento è senza dubbio tra i più difficili per un interprete, ma vi sono ruoli che lei predilige, che ha interpretato o che le piacerebbe interpretare?

«Premetto che Dorabella, Cherubino e Sesto sono nel mio codice genetico. Come anche Carmen, che attendo di debuttare con un progetto registico e musicale appetitoso. Nel Novecento, sono una devota britteniana e tutti i suoi personaggi mi hanno gratificato. Adorerei fare Baba la turca in The Rake’s Progress di Strawinsky».

E l’operetta?

«No, non mi è ancora capitata. Ora mi butterei più volentieri in un Maria de Buenos Aires di Piazzolla oppure nel musical Chicago»!

Se lei fosse il Ministro della Cultura  del nostro Paese a quali provvedimenti darebbe la priorità? 

«Potenziare la formazione, anche includendo le discipline musicali. Non esiste cultura senza formazione di qualità. Sostenere e diffondere la musica e il teatro come attività fondanti la vita della città. La bellezza deve entrare anche per osmosi, e non solo per scelta cosciente di chi fruisce. Regolamentare la questione dei contributi pensionistici degli artisti lirici che ad oggi, a causa di normative assurde, obsolete e svantaggiose, versano somme che probabilmente non vedranno mai restituirsi».

L’Italia non è solo il paese del bel canto: Lei ha viaggiato e conosce il mondo, come giudica, vista da lontano, la nostra politica culturale? 

«A volte assente, a volte un po’ opportunista, distratta e superficiale».

Sogni nel cassetto?

«Non ho cassetti (nel mio pullulare di sogni insubordinati c’è sempre il tango, e un’opera in cui canto recito e ballo). E poi mi piacerebbe continuare a girare il mondo facendo concerti».

Come è cambiata dagli esordi della carriera ad oggi?

«Il palcoscenico rimane la mia prima casa e il teatro e la musica mi danno immutata emozione. L’esperienza col tempo dona più padronanza e una visione meno autoreferenziale. Oggi vivo la performance non solo come un prodursi, un dare, ma anche come un farsi vuoto, ricevere, accogliere e interagire con lo spazio, le persone e il silenzio circostante. A volte, quasi una meditazione»

Se dovesse ricominciare da capo c’è qualcosa che cambierebbe?

«No, è stato tutto meravigliosamente “inevitabile”. Sento di dovermi lasciar sorprendere dal disegno che a me è riservato, e allo stesso tempo, desidero continuare a fare del mio meglio, in ogni ambito e in ogni occasione».

Al momento del congedo altre domande si affollano invano. La personalità di Gabriella Sborgi non lascia indifferenti. La sintesi miracolosa d’interprete e persona autentica, che ha saputo conciliare il quotidiano con l’arte musicale ai massimi livelli, è frutto dei molteplici interessi che ne fanno un raro esempio di artista completa. Arrivederci Gabriella, grazie e… buon tango, anzi buon tutto.

Immagine di copertina Ph. Kingalaknerphotography

Info: gabriellasborgi.it

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