L’insostenibile leggerezza del senso: Tre risvegli

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«Questo dolore ti sembrerà sognato», recita il coro. «Ma intanto sembra tutto così vero!» risponde l’Innamorata. E lo è.

È realtà il “reading di poesia in forma di teatro” nomato Tre risvegli e proposto nella 59ª edizione del Festival dei 2Mondi (25-26/6), ed è ancor più reale il dispiacere (frammisto a una briciola di stupore) che si prova all’uscita dal Caio Melisso di Spoleto. Il sipario storico con l’apoteosi del bibliotecario di Augusto (tempera su tela del perugino Domenico Bruschi) disvela dapprima i musici, raggruppati sotto un cono di luce. Emerge poi dal buio un ambone rivestito di quadri rossi e bianchi con in cima il Messaggero (Roberto De Francesco), senz’ali ma con luminosa acconciatura. Ecco quindi sopraggiungere dal fondo l’Innamorata (Alba Rohrwacher), che si trascina dietro il suo giaciglio. Al seguito il Coro dei sintomi: l’autrice del testo Patrizia Cavalli, in stivaletti rossi e con al fianco due bodyguards mascherati.

Sembra un brutto sogno: tutti e tre, difatti, leggono il copione ammiccando a Melpomene. La Rohrwacher, scoperta senza la macchina da presa, sembra impegnata in una prima lettura a tavolino (pochi, infatti, possono permettersi il lusso di recitar leggendo); la minestra è insipida e De Francesco (ruolo del tutto marginale) non riesce a insaporirla; tanto meno la Cavalli, fuori luogo sulle tavole del palcoscenico e oltremodo incapace di restituire alla parola il suo peso specifico. Non c’è apparenza o bellezza che attiri il nostro sguardo (direbbe il profeta), non il minimo splendore che ci rechi diletto. Solo uno sciupio di parole che, smarrite, si perdono nel ventre del Caio Melisso. Forse la lettura (recitata) di un testo è più consona a un altro medium? Non di sola parola, infatti, vive il teatro. Forse sarebbe stato più onesto predisporre tre leggii sul proscenio lasciando allo spettatore la possibilità di mettere in immagine quanto ascoltava?

Per fortuna, però, ci sono i brevi intermezzi musicali di Silvia Colasanti che, con intelligenza, si ricava degli interstizi autonomi rispetto alla drammaturgia firmata da Mario Martone. Un suggestivo dialogo tra il Quartetto Guadagnini e le percussioni di Leonardo Ramadori, in cui si alternano ostinati d’insieme e ricerche tematiche dei singoli, non mancando di ricreare paesaggio e cornice come nella “pioggia” che arriva il terzo giorno. Ciò che rinfranca nella scrittura della Colasanti è la non paura della melodia, spezzata o priva di (classico) sviluppo, ma pur sempre melodia.
Sul finale la Rohrwacher si cimenta in un rap, infilandosi calzini e mutandine; attraversa la sala e raggiunge, sul fondo, un compiaciuto Martone. Il pubblico applaude convinto, beato per essere scampato ancora una volta all’insostenibile leggerezza del senso. Il giorno alla parola, la notte alla musica. Allora non possiamo che dire con Amleto «to sleep, perchance to dream, no more».

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